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Le Anime Inerti di Barbara Giangravè

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Quant’è raro, nell’era digitale, vedere sfogliare un libro di carta?

Una frase fatta, senza scampo, che conferma il disagio di vivere nel vuoto delle cose, dove la velocità è sinonimo di potere, e sacrifica la bontà delle fonti. Tant’è, si prenda un libro e si cominci piano a sfogliarlo, si posino gli occhi tra le righe ascoltando poi gli echi del giorno, il loro flusso d’abitudine o d’eccezione. È un esercizio imperfetto che tuttavia dona un tempo, un luogo, un’atmosfera esatta da legare all’umore e alle parole scelte. Ci si accorgerà di quanto inutile sia l’eccesso: se si ha per le mani un’opera valida si apprezza pure ciò che è lineare, privo di orpelli, pieno della grazia dell’essenziale. 
Amo ciò che mi estrae da un contesto troppo occupato per accorgersi di gesti e fantasie alte da percorrere. Leggere richiede un’attenzione che mi viene facile accordare se è buona l’idea che l’attraversa, perciò mi lascio chiudere tra un punto e una virgola, in uno spazio che può apparire minimo ma che contiene ogni storia possibile. E questa ha per protagonista una donna, Gioia Lantieri, e la Sicilia di una località immaginaria: Acremonte. Il borgo, già nel nome, richiama alla mente l’odore del frutto acre, della terra chioccia, del sapore che non ci si aspetta. 

È un territorio montano che sa farsi conca, tutto chiuso intorno a chi lo abita. Un luogo che lascia rimbalzare voci che di bocca in bocca raccontano verità scomode, seppellite sotto coltri di omertà, sganciate come ordigni esplosi fin dentro a silenzi di comodo, ad opere illecite compiute a scapito di un’umanità che si professa diversa sui volti dei carnefici.
È un’amara finzione, un inganno orchestrato dietro facciate costruite ad hoc, che mette a tacere ogni insinuazione. Chi si accorge di un movimento sbagliato forse tace, poiché teme che la sua voce si sperda tra quelle che fanno baccano pur di coprire un segreto spinoso. Oppure sceglie di imporsi, crea nuove alleanze, trova un supporto in anime affini, ugualmente ferite e leali. 
Barbara Giangravè è la voce di Gioia Lantieri, Inerti è il titolo del suo libro, ed è il termine che più si confà alle anime che restano impassibili dinanzi all’evidenza, sull’orlo di un dolore che non si può guarire. Inerti sono anche i materiali nocivi: scarti di lavorazioni elaborate prodotte all’interno di fabbriche, che andrebbero smaltiti seguendo procedure minuziose e prudenti; procedure che per questioni di meri interessi economici sfumano, si accantonano, trovano soluzioni discutibili messe in opera da mani incompetenti. Il risultato, come prevedibile, è una realtà malata, dannosa: l’humus del benessere cresce orti velenosi. 

Gioia ha gli occhi verdi, i capelli folti, ricci. Conosce l’affetto nutrito e ricambiato, lo spirito di sacrificio, la condivisione, sentimenti che le vengono affidati da Lucia e da Alfredo: una parvenza efficace di madre e di padre per una donna che è rimasta orfana in tenera età.
Gioia perde il lavoro, ed è allora che scatta qualcosa: una scintilla, una volontà di cambiamento, il bisogno di lasciare Palermo e di tornare ad origini acremontane più volte rifiutate negli anni. È a malincuore che prepara le valigie e scappa, con una foga priva di argini.
Si trasferisce in una casa sua per metà, e che in parte le viene ceduta da una zia che non si occupa più da tempo di arieggiarne le stanze: il suo nome è Lena, la sua anima è preda di una sonnolenza risvegliata dalla stessa nipote, e in modi per nulla quieti. Emerge allora una violenza subìta dalla stessa Gioia, un atto capace di invadere il corpo e intaccarne l’animo a lungo, fino al momento del distacco. Ed è lì, ad Acremonte, che torna al passato come a una ferita ancora sanguinante, un capitolo mai chiuso.
La vita di tutti è andata avanti: Maria, cugina di Gioia, e il suo bambino; poi Fabio, un amore passato e mai smesso. Serve lasciar cadere i rimpianti e dare la nuova occasione ad entrambi di restarsi accanto, pur senza stare insieme. 

Fabio, come molti compaesani, è vittima di un male che non ha cura. 
Troppi morti per la stessa agonia che colpisce uomini, donne e bambini senza distinzioni di sorta. Si parla di cancro, e già spaventa il solo nome; ad aggravarlo c’è una rassegnazione ingiusta, che irrobustisce fino all’arrivo di Gioia, decisa a scuotere quel torpore. 
È lei a chiedere aiuto ai familiari e ai conoscenti, a coinvolgere i bottegai del paese e i loro clienti. Si muove da un punto all’altro nelle vie come la colpa di chi resta impunito e solo di rado trova, suo malgrado, la giusta espiazione. L’abilità di Barbara Giangravé sta nel racconto, che si sviluppa su temi importanti, gravosi, pur senza appesantire l’insieme.
Il romanzo si legge con una facilità inaspettata e che ha ben chiari gli esordi, gli sviluppi, e persino le conclusioni. Non cerca intrecci improbabili, né facili scalpori; racconta ciò che vede con nitore memorabile. Sui sentieri di una Sicilia amorevole, vivace, accogliente e ferita, Gioia Lantieri riesce a muoversi, a farsi piccola pur di sfuggire al ricordo, e infine ad avanzare con coraggio, perché ogni tassello trovi il giusto incastro. Si muove immersa in sapori consueti, odori cari, amati da sempre. 

Con la sua presenza, Gioia racconta la parte umana di una terra che non sa trovare pace e non può lasciare indifferente chi vuole conoscerla; è in continua evoluzione e arretra un po’ ad ogni colpo inferto, con l’orgoglio di chi si rialza infinite volte. Con la bellezza delle imperfezioni dove tutto è parziale: il danno, la beffa, e pure la riuscita.
Nessun lieto fine si prospetta all’orizzonte, bensì un prosieguo aperto e un po’ sconfitto, come il tramonto di un giorno caldo e di dolce nostalgia. Dispensa un bacio, una carezza, forse un consiglio. Piange tutto il sale delle lacrime e delle onde di un mare preso a bocconi, e lascia spazio ad una e cento speranze. Il male inferto agli uomini – dagli uomini stessi – ha cure solo parziali, finché si alimenta con l’assenza di scrupoli. 
A Gioia Lantieri come a tutti noi, non resta che fare appello a un’umanità che ancora non sa spegnersi, e trova nuova linfa nella fiducia scalfita, derisa, afflitta ma indomita che è degli animi limpidi, a sa prescindere da ogni male.


Inerti
, di Barbara Giangravè
Ed. Auto
dafé, 2016