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Aggiornamenti Dal Fronte

Scritto da Paolo Salvemini.

Tutto nasce da uno stralcio d’articolo, pochi versi, un canto di attualità e di realismo. Che non è resa.

Si intitola Omicidio Al Telegiornale.
Parla di rivolte che arrivano al piccolo schermo da oriente, da ogni luogo della Terra dov'è in corso un conflitto, e i mezzibusti l’annunciano a voce spianata. Neanche provo a discuterli, mi limito a narrare. Perché nella mia storia di uomo ho vissuto di tutto, dietro e davanti alla tv, fino ad assuefarmi alla tragedia.
Ho visto condannare e morire della gente. Già mio nonno raccontava di un gruppo di soldati con la colpa della svastica sul braccio, cucita su un panno che odorava di sudore e di burro, di frasche fradicie, di guerra fatta tra gli alberi. Il loro reparto aveva sterminato una pattuglia antagonista, poveri disgraziati allo sbando, con il peso dell’obbedienza al più assurdo degli ordini: uccidere o essere uccisi. In nome di una patria impossibile, di una croce uncinata e perversa.
Caddero in una macchia di faggi, tra le pozzanghere dove i figli dei contadini raccolsero vestiti e scarpe fuori misura. Nessuno riuscì a camminarci dentro.

Poi è venuta la tecnologia, il fanatismo, il mio tempo giovane e folle in cui morire è un esercizio ludico da bambini.
Nello Sri Lanka un ragazzino tiene una fiala di cristallo fra i denti; gli basta chiudere la bocca e il cianuro l’ammazzerà in meno di un minuto. Appartiene a una specie di ordine religioso che vuole creare uno Stato tamil indipendente, ha giurato di non farsi catturare vivo dalle truppe governative che si oppongono alla secessione.
Dal 1990 non vi è una sola famiglia che non abbia almeno un parente nella guerriglia. Migliaia di giovani intrappolati nella logica spietata della giungla attendono il martirio con un mitra e la fiala di veleno al collo. Abbiamo sempre bisogno di speranza, anche disperata.



Qualcuno riconosce i criminali serbi e qualcun altro quelli che mandano nella ex Jugoslavia truppe destinate a una fine atroce, a un male più subdolo. Il colonnello generale di Božinović ordina agli ottantamila uomini sotto il suo comando lo stupro etnico di donne musulmane, istituisce campi di concentramento, e tutti gli orrori dell’esercito della Repubblica Srpska. Sono reduce e poi vittima a distanza.
Da Mladić ad Al-Zawahiri il filo conduttore è lo stesso, nonostante le differenze. Non deve sfuggire nemmeno un’immagine. Potrei raccoglierle, farne un elenco, mi sono informato. Ma darei solo cifre vuote, domandandomi quanti si ricordano di loro. Preferisco di no.
Per una radio locale commento, parlo per ore, ore interminabili, che sconvolgono la mente e lo scarso equilibrio che posso vantare. Vedo un’aula di tribunale e il giudice che legge la sentenza con aria paterna, per nulla turbato. Anche i banditi, penso, finiscono trattati da discoli. E i dittatori si usa ancora appenderli, perché pure la civiltà, come la Bibbia, ha capitoli atroci.

Nelle carceri più remote il rischio è quello di Guantanamo, e niente condoni, amnistie o indulto; la sorte si somiglia dovunque e chiude gli occhi per non vedere come gli uomini sanno trasformarla. È troppo facile darle il nome della malvagità: non protesta.
È sufficiente entrare nel braccio della morte. Ci sono decine di cosiddetti “irrecuperabili” in attesa della visita del prete e dell’ultimo pranzo, il desiderio ambiguo o normalissimo di una vita. Si può chiedere la sigaretta dei film o l’arrosto come lo cucinavano a casa le madri, le nonne.
L’agonia può durare degli anni. «Va meglio a chi toglie prima il disturbo» confessa uno degli ospiti, perché la meta è perduta, non c’è altra fine se non la partenza verso una stagione incerta, una paura che non lascia scampo. La pena, lì dentro, non sta scritta nelle carte degli avvocati che vanno e vengono, sul volto dei familiari nelle visite rare.
Qualsiasi ferita si rimargina, solo il rimpianto resiste, lavora inesausto. E non molla, non dà tregua durante il sonno o i lavoretti che illudono il tempo. C’è chi fa disegni, chi mobili o vestiti, chi parla di come sarà quel momento, l’ultimo di una strada a senso unico. Senza uno spazio nei notiziari, e va bene così, con il silenzio e il rumore dei pensieri, perché la morte è un posto dove non siamo mai stati.