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Il Coraggio delle Madri

Scritto da Diego Albertini.

Alcune avventure non finiscono nel tempo che hanno attraversato.

Rimangono nella memoria, laddove i ricordi sono agevolati – opere d’arte, miti, quadri, libri, sculture e illustrazioni – per essere, con il loro carico di fascino o di sbagli, di dolcezza o di guai, un esempio, uno spunto, un insegnamento. La critica dice che nulla ha insegnato, la storia, fatta com’è di continue turpitudini e falsità, tanto che l’uomo pare non sappia far altro. Eppure ci sono animi attenti che fanno, della consapevolezza, uno stile di vita, una tesi, un documento, e la verità che riportano ha un sapore duro e assieme squisito. Ingredienti che stanno tutti a meraviglia nell’ultima opera di Marco Proietti Mancini, intitolata Il Coraggio Delle Madri e pubblicata da Edizioni Della Sera, dove l’amore per il narrato prevale su ogni cosa. Capita di leggere grandi libri di guerra e sentimento, ma raramente in tono lieve e convulso assieme. La penna dell’autore è al servizio dell’intimo: riporta attimi di poesia e di angoscia, di crudezza e di speranza come un pittore spalma la materia emotiva sulla tela, e il calore che emanano i personaggi arriva diretto, senza diaframmi.  
Elena e Benedetto, uniti per la vita e divisi dal dramma della seconda guerra mondiale, sono l’uno dentro l’altra in ogni riga, nei sospiri gravi o festosi che accompagnano gli eventi e le riflessioni, le ansie e le domande impazienti di sempre: «Combattere per cosa, e per chi?», e lei che non capisce l’odio, il conflitto, e «se si deve combattere bisogna farlo a casa propria, vicino alle persone che si amano, perché se non lo si può fare per quelle, che si combatte a fare?»
Viene da pensare ai versi sommersi, alle frasi taglienti di un poeta disperso:
Non vi è potenza nelle armi/ma nelle erbe e nei lavori,/nei riti dei campi e dei vapori/che sulle stagioni/scrivono illibate versioni/di rosee ferite, e calli benevoli/senza uniformi né tombe di cenere. 

Con il coraggio di una donna, di una donna che è madre e tutte le madri assieme, Elena pensa al compagno distante, in Africa, e al senso folle di quelle uniformi che fanno fosco ciò che dovrebbe avere soltanto colori sereni. E se militare è contrario di civile, e civile è contrario di incivile, è facile chiudere il cerchio. La sofferenza è in trincea ma è anche – e soprattutto – di chi resta, di chi langue in attesa di una notizia che non arriva, di un ritorno che si manifesta giorno per giorno negli auspici, nell’esercizio di una fiducia ostinata e coraggiosa, che spinge a proseguire il proprio cammino di amore per la casa, per la terra, e per quei figli che non sono solo piccoli mostri destinati a diventare soldati. Più che un giudizio storico è una constatazione di realtà: la guerra è un’ombra che pesa tonnellate, portarne il peso è uno dei compiti di madre e di donna, che non prevede in alcun modo la resa. 

Una madre ha l’accoglienza nel cromosoma. Anche senz’agio, porta con sé la dignità della cura e degli istanti nei quali diviene conforto, e dopo certezza. Pure nelle sere d’inverno – quando «alle cinque del pomeriggio era già buio e bisognava lasciare i lavori di campagna per iniziare a preparare la cena. Erano in tanti ad accalcarsi in quell’unica camera che faceva da cucina, da soggiorno e da sala da pranzo. Bittuccio, Antonia e le tre figlie, Giustina con suo figlio Antonio, Maria, Flora e Anacleto, il più piccolo. Poi gli ospiti mai trattati come tali e subito considerati come fossero parte della famiglia» – Elena coltiva in sé quella forza segreta che non s’arrende allo sconforto, a nessun rovescio del destino. È quel coraggio che permette a chi torna, suo malgrado carico di un’esperienza in grado di cambiarne le percezione del mondo più che i connotati, di ritrovare l’equilibrio che gli hanno rubato, obbligandolo a perdere per vincere una battaglia, quasi che la vita fosse appena un effetto collaterale. È quel coraggio che rinnova le energie e rovescia la tragedia nella gioia di una nascita, una ancora, che infrange la scorza della guerra e vince la violenza col vagito di un neonato, mentre Elena e Benedetto si chiamano «amore» in una stanza gremita di gente; loro, che «amore» se lo dicono solo nel guscio privato della nudità, nel letto. È quel coraggio che dà ai bambini, dunque al futuro degli uomini, la possibilità di avere chi gli asciuga le lacrime e «tutta la vita per ridere» davanti.

Il Coraggio Delle Madri, di Marco Proietti Mancini
Edizioni Della Sera
(2015)