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Hasan Ali Toptaş: Impronte di un Romanzo Imperdibile

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Segnatevi questo titolo, perché ci sono opere capaci a loro volta di segnarci.

La scelta di un buon libro talvolta avviene su suggerimento, in altri casi è un puro istinto; familiarizzare con i concetti che stanno alla base di un progetto editoriale, con il fermento che lo anima, affiancarsi a un nome preciso – nel mio caso a quello di Del Vecchio – è una garanzia affidabile, preziosa.
La mia più recente scoperta ha per titolo
Impronte, che al primo impatto regala toni tenui all’occhio, e una consistenza piacevole al tatto. Un po’ per l’ossatura del volume solida e compatta, un poco per il crespo delle pagine: è un ruvido che piace, profuma di buono. 
Amo le storie che non finiscono in fretta: se costruite bene, lasciano fini e gustose note di rimpianto. Ci si affeziona a un’atmosfera, a un personaggio, e Impronte è un viaggio che attraversa molti luoghi e tempi, e arriva da lontano portando con sé ogni sorta di visione possibile: terre dai colori arsi, dagli odori speziati, ammiccanti. Terre di Turchia, cuore di mondi remoti, e storie apprese tramite una sequenza di dettagli diluiti in un paragrafo e nelle usanze descritte, nei sapori, fin dentro ai suoni conservati nella pronuncia di un nome. 

Si prenda tutto ciò, e lo si unisca alle sensazioni di una lettura che non si dimentica. 
Il risultato, e probabilmente sono stata ancora riduttiva, è Impronte: resoconto di una vita che scorre sotto gli occhi di chi legge, e procede per balzi; ha le risorse di chi vive e non si arrende, il paradosso delle cose che dovevano accadere e non accadono, ma si presentano poi alle soglie di un momento inaspettato. È una storia che mi ricorda i racconti di un parente lontano, Vincenzo. Piccolo, con i baffetti e il cappello sdrucito, avvolto da un’aura di tenerezza, era un sopravvissuto, un testimone di guerra: lui l’aveva vissuta, e nelle sere d’inverno narrava, a chi aveva il dono di saper sentire e non solo di udire, ogni sorta di aneddoto su un orrore che viziava dolcemente d’ironia. Capita di usare lo scherzo per coprire o lenire un male che non passa mai del tutto. Lo si immagina con una cura sottile, mirata, perché le parole sanno farsi solide nel pensiero, e diventano una verità dai contorni netti. Gli stessi che si percorrono leggendo l’opera di un talento pressoché sconosciuto, in Italia: Hasan Ali Toptaş. 
Ziya e Kenan sono parti indispensabili di un racconto che non delude fino all’ultimo. 
Si incontrano per caso e in circostanze sventurate: la guerra, per l’appunto. L’esercito, la paura conosciuta a fondo che diventa un’alleata mai assente, e poi la rigidità dei ritmi imposti, l’ingiustizia subita in silenzio, gesti d’affetto quasi nulli e il ricordo come unica consolazione. Ricorre la figura di un villaggio: un’oasi, una visione lontana e nebulosa, che pure avvertendo il pericolo di morte non manca di condurre gli animi a un passo da quei luoghi cari fin dall’infanzia. 
Non mancano i riferimenti a persone eccentriche, distanti nell’animo così come nei diaframmi fra tutti loro, lungo spazi smisurati, lì dove si vendeva la neve per sciogliere bollori interni e inconosciuti fin dentro il tempo delle prime carezze, degli amori svelati in preda al dolore, alla resa. Vi sono poi un alone di mistero, le alchimie strampalate e poco accorte di una signora che trascina con sé tutto il peso dei suoi travagli e le sue storie di pelle mescolata a un piacere graffiante, rude, di convenienza. 

La tenerezza è un’immagine da fabbricare nei momenti d’ozio, un’arte divinatoria in grado di predire ogni sorta di caduta e dipendenza. E la parola ha il potere di chi sa incantare anche il tempo, disporne come meglio crede, e intanto presente e passato si confondono, tornano in mente i giorni di festa, gli odori di casa, il tepore di una madre, la forza di una natura che soffia e danza in forma di uragano. 
Vi è pure il fremito delle cose che trascorrono in fretta e tuttavia lasciano un’impronta che non si guasta con l’andare del tempo. Piccoli avvenimenti vengono catturati così, di sfuggita, e riversano su chi li vive qualcosa che tanto somiglia a un triste presagio. Alla fine tutto si realizza: l’oppressione e un senso di libertà più che legittimo di cui riappropriarsi, seppure un po’ sciupato e disilluso; l’amore in forme diverse dall’essere buone per la vita. I gesti lenti, ricalcati con mani audaci intorno a ogni ombra, nel pallore dei rimpianti, nelle mancanze dentro cui riversare goccia a goccia ogni dolore, fino a strappare il respiro dal petto. L’angoscia per l’affetto che mai andrebbe negato o interrotto: Ziya infatti cresce, da bambino si fa uomo, diventa padre e tale rimane a dispetto di ogni razionalità. Trova l’immagine del suo bambino in una sagoma allungata, estranea, e non riesce a sottrarsi all’incanto delle supposizioni.
Nel capriccio del destino subentra la consolazione di un solo istante, un riempitivo inutile, nocivo, e comunque appiglio da afferrare con tutta la forza che si ha in corpo. 

Il viaggio non conosce posa. 
Si allontana dal punto di partenza, a volte vi fa ritorno; a un certo punto deraglia, ma poi si lascia attraversare. Giunge in prossimità di un luogo che pare un avanzo di mondo: una culla, una parentesi, una conca mite e accogliente. Un posto tutto vegetazione e roccia, e montagne confinate sullo sfondo, nicchie indovinate in un gioco di luci e ombre visibili a pochi. Forse a due soltanto. 
È un villaggio di poche anime, e le consegna in una visione scomoda, ristretta: tutti sanno ogni cosa di tutti, e nessuno osa dire ciò che deriva da congetture ingarbugliate e stolide, crude. Non a caso si fa spazio un’alleanza che è figlia del pregiudizio. La colpa è costruita su un meccanismo che non rende agile il ripensamento, anzi, lo affossa sempre più sotto il peso di un accanirsi senza requie.
Occorre dare un nome e un volto ai propri fantasmi, e la condanna deve essere esemplare: solo così si può andare avanti, e senza sforzo, dando voce alla necessità di vedere ben delineati il ruolo di vittima e quello di carnefice, pronti a favorire le apparenze e a innalzarle come prova di giustizia compiuta, e da seguitare a compiere.
L’epilogo del romanzo coglie i suoi abitanti in pieno fermento, ribollìo, ma è tutto un tumulto inutile, un fallimento puro, degradante. L’impronta decisiva è in procinto di svanire: è nella sorpresa rannicchiata in un angolo di posa e di stupore, in un punto di candida innocenza, fra discolpa e nostalgia, che offre ancora un po’ di spazio a chi vuole servirsene. Poi, svanisce senza clamore, e lascia il segno. Un segno imperdibile.