Stampa
PDF

Sweetest Violet: La Lavanda del Monte Faudo

Scritto da Enrico Acquarone.

C’è un viola che tappezza i declivi con morbide curve sensuali, e un aroma inconfondibile.

Si chiama lavandula officinalis o lavandula spica, e l’ha battezzata nel Settecento il naturalista Linneo. È un endemismo delle Alpi Marittime, ubicata sulle propaggini dei monti compresi fra la valle Argentina, la Testa d’Alpe, il massiccio del Saccarello e il Colle di Nava. 
Si presenta come una plantula a cespuglio, che in primavera si ricopre di un cuscino di fiori a spiga fra l’azzurro e il lilla, profumatissimi. Dall’antichità le massaie e non solo l’utilizzano per quella sua virtù aromatica, forte e penetrante. Riunita in mazzolini, veniva messa nei cassetti della biancheria per tenere lontane le tarme e dare, ad indumenti e lenzuola, un gradevole profumo. 

Dalla pianta madre l’uomo, col tempo, ha selezionato particolari ibridi che – distillati – danno un olio richiestissimo in profumeria. Maestri di quel tipo di sfruttamento sono i floricoltori francesi di Grasse e dintorni, sulle cui plaghe, battute dal sole e composte d’aride zolle sassose, hanno fondato un commercio su colture intensive dai redditi di tutto rispetto. 
Da noi, i primi tentativi del genere si registrano negli anni Cinquanta, proprio alle pendici del Colle di Nava.
Tanti radioamatori ricordano ancora la filastrocca sul colle di Nava/là vicino alle stelle/le cose son belle/e un sogno vi avanza/con grande fragranza/l’odor di lavanda, con cui una ditta di Imperia in un periodo irripetibile della nostra storia faceva pubblicità al prodotto. Purtroppo, la durata di quel tentativo fu breve, perché il terreno troppo grasso ed acido non favoriva la fioritura. 
Ebbe successo, invece, quello degli agricoltori di un paese a ridosso del mare, Pietrabruna, i quali sfruttarono le distese del monte Faudo, un promontorio alto 1.200 metri e situato a un balzo dalla costa, quindi coi vantaggi dell’aria secca, salina, e una forte insolazione. 

Il Faudo, per anni, è stato il serbatoio della migliore lavanda d’Italia. E q
uello degli antenati è stato un lavoro ciclopico: prima delle colture s’è resa necessaria una fitta rete di strade interpoderali da organizzare e costruire dal nulla, negli spazi fra rocce e fasce, col sudore di dozzine di uomini, senza l’apporto economico o il benché minimo sostegno da parte di enti pubblici o della Regione. 
Superate le difficoltà iniziali la coltivazione di lavanda è divenuta, per il minuscolo borgo montano, una sicura fonte di sostentamento. Il distillato che si ricava dai fiori è stato quotato a lungo a ottimi prezzi sui mercati, prima che arrivassero i sottoprodotti sintetici e l’incompetenza dei governi desse una spallata decisiva al negativo anche a questa eccellenza. 
Da un quintale di fiori, i contadini del luogo riuscivano a ricavare anche un chilo e mezzo d’olio che veniva venduto alle ditte specializzate in profumi ed essenze, a sorpresa pure in Francia. 

La cifra non era granché competitiva se si considera che l’olio transalpino, distillato in alambicchi capaci, industriali, e proveniente da colture ormai standardizzate, costava meno, ma a tale svantaggio (di 2 o 3 migliaia di lire al litro) faceva da contraltare la qualità superiore del nostro prodotto, più ricco di canfora e di essenze aromatiche. 
Dalle colture del monte Faudo si ricavavano circa quattrocento quintali di essenza l’anno, e tutte le aziende coltivatrici erano dotate di alambicco distillatore artigianale, costruito spesso con materiali di fortuna, di recupero, e perfezionato nel corso del tempo secondo l’esperienza del produttore. 
È stato uno dei “nei” – pochi – dei lavandieri nostrani, poiché frazionava in troppi rivoli il lavoro, moltiplicando per lo stesso fattore il costo della distillazione e il consumo energetico. 
A Grasse, dove la tradizione del fiore è cento volte più estesa, esistevano due o forse tre alambicchi; certo non manufatti, ma che permettevano una resa superiore. 
Di contro, il Faudo è il monumento a un’attività insuperata a livello mondiale. Perduta, come tutto ciò che è stato escluso dalle politiche economiche e di salvaguardia di generazioni di dirigenti ottusi, preoccupati soltanto del consenso privato, disinteressati alla tutela del patrimonio del Paese. 

Nessuno di loro ha mai visto le colture a cespuglio sui campi dei Faudo. 
I cespi sono tutti allineati come un’onda morbida, tiepida, e nella tarda estate si coprono di spighe dal profumo intenso, inconfondibile, che giunte a maturazione vengono tagliate, riunite in piccoli covoni e di lì portate negli essiccatoi. Dagli ultimi giorni d’agosto e sino ai primi di ottobre, la montagna era popolata da folte schiere festanti di donne e ragazzi. Oggi prevale l’incolto, e solo in pochi insistono in un compito quasi di nicchia.

Esistono anche i problemi, per lo più legati al breve ciclo biologico degli ibridi. 
In media, quelli di lavanda iniziano a fruttificare al terzo anno, e non superano le dieci stagioni. Un arco assai rapido, in cui la sostituzione è tutt’altro che facile, perché il terreno necessita di adeguato riposo. Inoltre, l’ibrido evidenzia sovente fenomeni di assuefazione e inselvatichimento, i quali fanno diradare la fioritura e diminuire quindi la resa. 
Vi sono poi attacchi di parassiti animali – afidi e cocciniglie – e vegetali, che distruggono le colture e si lasciano alle spalle solo un brulla paesaggio di seccumi; ma su tutti il flagello principale siamo, ed è giusto ribadirlo, noi. Il tentativo di selezionare un ibrido promettente, di grande resistenza a molti dei guai evidenziati, effettuato ancora nella tenace area di Pietrabruna, ha mantenuto le promesse in tema di impianto e di resa iniziale. Poi, l’abbandono sistematico da parte dei soliti enti, la bassa (per non dire infima) politica di austerity in anni in cui l’austerity era priva di senso, le truppe di amici del progresso pronti a tutto fuorché a ragionare a lungo termine, hanno spento ogni velleità. 

Com’è andata a finire è sotto agli occhi di tutti, basta farsi un giro nell’estremo ponente d’Italia.
Il posto, peraltro, merita una visita, almeno finché le amministrazioni locali non tumuleranno sotto quintali di cemento e installazioni fantasma la bellezza dei profili e della natura. 
La lavanda ha risposto bene alla conversione alla quale lavorarono i locali. Sulle pendici del Faudo, tra la ragnatela di viuzze, i cespugli delle ginestre e i rovi spontanei, il raro coltivo già a fine inverno si risveglia dal sonno e le prime spighe iniziano a gemmare. Speranze, fatiche, sudori decennali di coltivatori hanno tenuto accesa la fiammella di Pietrabruna e i suoi leggendari artisti della lavanda fino all’era digitale, senza trasformare il borgo montano in un paese fantasma. Un giorno, forse, l’acuto e penetrante aroma dell’estratto di lavanda invaderà le vie e i carruggi del luogo, e sarà un giorno di lodevole e dolce speranza. 

* Photos by PaoloSerena (2009), Aysha Bibiana Balboa (2011), Dando una Vuelta (2004) 
* Tratto da Lavanda, Profumo d’Antico, di Franco Tornatore (La Casana, 1980)