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Dove La Normalità È Una Sconfitta

Scritto da Riccardo De Rosa.

Ogni volta che ho scritto di attualità, negli ambienti culturali, sono stato mandato dietro la lavagna.

E i segnacci che ci avevo lasciato sopra, cancellati. Ma la metafora scolastica viene buona per spiegare qualcosa che non si ferma all’impressione.
Non siamo più il paese dei governi che duravano undici mesi, abbiamo ampiamente abbattuto il muro della pazienza. Da pochi giorni anche quello del suono, con urla di sdegno e di rabbia. Un gruppo è andato perfino a tirare monete e qualche sputo all’auto del premier dimissionario.
L’ideologia è buona cosa, l’odio e il fanatismo sono più difficili da condividere.
Eppure a Roma tutto va bene. I tecnici del salvataggio salutano cortesi, passano da una cattedra a un’aula parlamentare: ogni tanto bisogna cambiare. In fondo, non è accaduto nulla. Il vecchio potere ha stretto i ranghi e aperto le trattative.
Nel totopoltrone si negozia, come sempre, uniti per dividere. Cercasi volenterosi per dare inizio alla nuova sfida.

“Ho conosciuto molti uomini di grande statura impegnati in questioni di interesse pubblico,” scriveva Russell, “ma a meno che non avessero un’apprezzabile dose di ambizione personale, raramente sono riusciti a realizzare gli scopi che si erano preposti”. Da noi, qualsiasi previsione va a ingrossare il diluvio di parole inutili che giornalmente ci sommerge, perché il potere ha dimostrato di rifornirsi da entrambi i mercati. E non ha nessuna intenzione di stare a digiuno.
Chi ha preso atto che la rappresentazione prosegue con le stesse facce, più qualche innesto tutt’altro che imprevedibile, ha detto che “le rovine ingombrano il sentiero”.
È quasi inutile fare l’inventario dei danni pregressi e di quelli che verranno. Una folta legione di esperti è all’opera da tempo, al servizio delle agenzie di rating, ma soprattutto del miglior offerente.

Dobbiamo adeguarci agli standard europei, e serve un consesso di individui a cui dare la colpa dello sbando che verrà. Si esplora a tutto campo il settore.
Ma il problema vero è l’assegnazione delle poltrone. C’è il rischio di scottarsi. E poi di come riuscire a mantenere il ruolo, o meglio, come far finta di rinnovare senza toccare nulla, fuorché le tasche dei contribuenti.
Garanzia: per chi non fa l’onorevole di professione, accusare lo Stato di falso in bilancio è un reato.
Intanto, siamo in fondo alla graduatoria. Peggio di noi solo la Grecia, ma continuano a considerarci l’ottava economia del mondo. Mica i tedeschi, o il gaffeur Sarkozy, no, a dirlo sono gli americani, che fanno gli equilibristi sull’orlo del baratro.
Dobbiamo sottostare alle regole imposte dagli altri, perché gli altri, noi, non abbiamo saputo esserlo. Ci è piaciuto accettare l’idea della normalità, che altrove è ancora una sconfitta. Si fa l’abitudine anche al disgusto.

La locomotiva è esausta, non tira più, e allora sotto coi nuovi macchinisti.
Perché dalla città eterna ci salutino ancora sereni nulla deve cambiare. Schivata la follia dell’odio e delle monetine, il vino e il parmigiano sono pronti, così come il tavolo al ristorante. Anche se il contadino ha imparato la bontà del formaggio con le pere, e sta cominciando a scrollare l’albero. E allora gli si mostra il volto che non conosce, il tecnico che inventa una dedizione eccezionale verso il Paese, e interpreta alla perfezione i versi del Don Giovanni: vorrei e non vorrei/mi trema un poco il core. Siamo prigionieri della bugia.
E lo dico in punta di penna, convinto che il responsabile della rivista non mi censurerà. E forse neanche chi avrà deciso di leggermi senza faziosità, con la stessa domanda nella testa: è possibile che nell’arena politica tricolore chi rappresenta il virus si faccia avanti nelle vesti di medico, e si consideri la miglior medicina?