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Chevillard e L'Uomo Capovolto

Scritto da Alberto P. Nicolini.

C’è una letteratura che sfida non solo la consuetudine, ma anche le leggi di gravità.

Il suo è un gioco convulso che dà alle storie un pathos capace di sovvertire la logica degli avvenimenti, e una volta messo il piede in quella corrente non si riesce più a tornare indietro. Non se ne ha la voglia, perché il bello delle regole è poterle trasgredire, o almeno provare a dare un tocco personale alle cosiddette priorità stabilite. Capita così un imprevisto, un fatto che suggerisce all’animo mille insoddisfazioni latenti e nemmeno una via di fuga. E capita che il piano sia quello che meno ci si aspetterebbe: il tetto. 
Si potrebbe parlare di metamorfosi ancora una volta, come in Kafka. Ma questa volta non è il corpo a subire cambiamenti improvvisi ma il senso comune, la convivenza, la prospettiva che accomuna molti e guarda verso un punto all’unisono.
Eric Chevillard pone quel punto in equilibrio su una vertigine, appoggia il suo libro
Sul soffitto con fare disinvolto e a volte quasi casuale. La ricerca di un equilibrio tra le parti è calma, residuale. Si deposita in alto, sotto i piedi, e torna a scivolare con cadenza di piuma sotto i passi altrui: c’è chi non smette di voler vivere come gli hanno insegnato, come ha imparato fin da bambino, barcollando. E ancora barcolla, ma non si cura degli inciampi che ciò impone a un esistere di sbieco, un po’ triste. Serve invece guardare con occhi acerbi sia la novità che l’abitudine per essere davvero

Il protagonista del libro è fissato per il verso giusto sull’asfalto, come il resto degli abitanti di un luogo placido, confinato sullo sfondo. Pochi punti, spesso in carne ed ossa: sporadici ambienti che ospitano il vagare inquieto di un gruppetto di uomini, forse amici, anime erranti, unitesi per questioni completamente esistenziali. Una donna, Méline, dall’apparenza morbida e non provocante, è delineata con parole misurate, carezzevoli. Si lascia accarezzare da mani e teorie strambe, e si accompagna a un uomo che porta una sedia sulla testa come fosse una propaggine del suo corpo. Da principio pare incosciente della rivoluzione che porta intorno a lui una mossa del genere, e certamente inoffensiva. È consapevole degli sguardi sbigottiti, derisori, diffidenti, ma non lo dissuadono dal suo proposito. Si lascia piantare coi piedi per terra, tirare in aria per mezzo della fantasia: la sedia è il punto di congiunzione col cielo, una maschera, un cappello, un biglietto da visita. Lui si presenta al mondo per quello che è, senza vergogna della verità. Lo sguardo altrui è un metro di giudizio che in alcuni casi si lascia scavalcare, in favore di una acuta consapevolezza: ciò che è assurdo per l’occhio, non lo è per la mente. 

La mente è un territorio da coltivare in segreto, un parametro del tutto soggettivo. 
Il progetto di una biblioteca mai ultimato, anzi, ridotto a polvere e macerie ancora prima di essere concepito, diventa una sorta di guscio, di casa per individui di tutto rispetto: la signora Stempf, madre e materna, dal corpo possente e l’impatto ruvido. Di lei si sa che ama i suoi bambini, che diventa tutt’uno con loro – come tutte le madri e forse un po’ di più. È una riservatezza che riporta al fruscio delle gonne, ai fianchi tondi e ciondolanti, alla carne che non è esattamente un mistero se indossata in dosi abbondanti. Al contrario di Topouria col suo corpo sminuito, e Kolski che lo scinde dal pensiero, in modi discutibili ma di grande impatto. Ciò che accomuna i due sta proprio nella pelle, nelle ossa, nel sangue. Uno privato della sua Gru, protesi imponente e vista come prolunga di sé; l’altro appeso a testa in giù, coi piedi aggrappati a un gancio destinato alla carne da macello, perché: «Gli piaceva sentire il blocco compatto del sangue tra le tempie. I gesti ampi delle braccia e delle gambe tradiscono la nostra debolezza, lo spirito vergognoso non si fa carico del corpo e noi preferiamo allontanarcene, lo respingiamo piuttosto, senza riguardi, ne gettiamo il più lontano possibile da noi i brandelli strappati, delle manciate di carne e di ossa...» 

La sana attività del porsi domande sfocia a volte in atteggiamenti inconcepibili. 
Siamo tutti soli, per quanto in compagnia. Ognuno si affaccia sugli universi altrui, li trova tutti concentrati in dimensioni minime e aggrovigliati, vivi, sommessi, brulicanti: rapportarsi con qualcuno è avere a che fare con quei mondi in piccolo senza urtarne le pareti, gli scudi, le minime resistenze. È avvicinarsi con garbo, saggiare la condivisione: un territorio scivoloso, cedevole, così vasto e vario da non conoscere le stesse misure per ogni uomo. E poi i meccanismi di fiducia che tentennano, puntano in alto e in dentro gli artigli come insetti operosi il cui lavoro denso, rabbioso, docile, punta nella direzione di un mutamento che il racconto abita in pieno. E lo si vede nella sintonia dei due che finiscono a camminare uniti, in strada, con in testa una panchina di vimini anch’essa a due posti, perché due è la formula buona per chi osa e chi cade: se uno non riesce, l’altro provvede.  Fino a che si accoglie tutto, anche la diversità. 
Persino l’odore viene in discussione: Kolski ha mani di scultore, e ha un’idea di arte che sa farsi viva, personale. La sua astrazione coinvolge anche il naso, osa pensare al suo corpo come a uno strumento che sappia definirlo più di qualsiasi enunciato. E lo vuole sincero, non scaltro. Leale. Dichiarato. Non vuole vestire l’artificio. La sedia in testa è un’attitudine interiore: non la si vede, ma qualcuno ce l’ha. È un’ombra, una lotta impari coi mostri che da bambini si pensano sotto il letto, e da grandi si piazzano nell’ingresso del giorno. Gli stessi che fanno presa nell’animo di ogni lettore: tra il sobbalzo e la malinconia di un amore mancato per un soffio ed un salto.

Sul Soffitto
, di Eric Chevillard
Del Vecchio Editore, 2015