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Nell'Alchimia Dell'Eternità

Scritto da Vincenzo Pallavicini.

L’occhio umano è in grado di fissare nella memoria un’immagine intravista anche per sole frazioni di secondo.

Mi è appena successo. La corsa veloce dell’auto si arresta davanti a un quadro rurale fuori stagione, tutta colpa di un semaforo. Vedo il gambo marcio delle tife e un cespo superstite di alisma, un’erba di solito estiva che i contadini trattano da infestante. Sì, sono rientrato in Pianura. Ho passato il fiume che le dà il nome, l’antico Padus, povero d’acqua a causa di una stagione avara. Non tracimerà, come minacciava solo venti, trent’anni fa, in questo periodo.
Sul sedile del passeggero ho uno scatolone di libri, alcuni di essi di biologia. Sfogliandoli troverei notizie più approfondite sullo squarcio di mondo che sta sotto le ruote, che scorre silenzioso oltre i finestrini. La sua minuzia è la sua forza, diceva la mia insegnante di Scienze. Anche i libri vengono da quella risorsa.
Nel passato remoto l’uomo disegnava le sue avventure e tracciava i segni del linguaggio su tavolette di pietra, di rame, di legno, incidendole con uno stiletto o un minerale appuntito. Più avanti, per le sue scritture rudimentali, cominciò a usare foglie e pelli di animali.
Furono gli egizi a scoprire il sistema di fabbricare una sorta di carta usando una pianta, quella del papiro, che costituisce un elemento importante e spettacolare dell’ambiente di acque ferme o lente in paesi caldi.

Gli Egiziani usavano l’interno degli steli del papiro, il midollo insomma: lo tagliavano in strisce sottili che avvicinavano le une alle altre, incrociandole e poi comprimendole in modo da ottenere dei fogli sui quali disporre i loro geroglifici, servendosi come penna  di un giunco marino. Per l’inchiostro scuro c’era il nerofumo, per il rosso provvedevano con il cinabro.
I primi papiri "scritti" risalgono a tremilaseicento anni avanti Cristo, e grazie ad essi abbiamo avuto notizie di civiltà mediterranee babilonesi, greche e fenici. Dal 1100 famosi papiri vennero fabbricati nella città fenicia di Biblo, tanto che i greci diedero il nome di biblion a quei supporti, e di biblioteca all’insieme di libri fatti con esso e organizzati in raccolte.
Oggi la carta si fabbrica dalla pasta di cellulosa.
La cellulosa è una sostanza organica, un idrato di carbonio contenenuto in tutti i vegetali. Viene estratta in modo economico solo da certe piante, come le conifere, di cui i paesi del nord Europa erano grandi esportatori, avendo grandi foreste di pini, larici e abeti.
Scoperto che pure le canne, piante di ambiente acquatico, hanno un altissimo contenuto di cellulosa nel loro culmo, se ne sono fatte colture industriali anche in Italia, soprattutto nel delta del Po, dove abbondano lagune e acquitrini.
Mi volto un istante a guardare lo scatolone e penso al tesoro che la natura ci permette di custodire, tramandare.
Il computer non ha la stessa potenza, possiede la lirica inferiore dello
storage, stipa dati che possono andare perduti per un errore, un incidente virtuale, proprio come la sua memoria.
Abbiamo scritto e imparato sui libri cose bellissime. Le abbiamo dimenticate nei posti dove siamo vissuti, sui comodini degli alberghi, durante i viaggi, nei solai spazzati dalla solitudine e sgomberi frettolosi.
La carta è ingiallita, ha ceduto alle briciole e alla polvere, si è chiazzata di tutto. Ma ancora ci serve per tenere un ricordo, una forma di legame che a volte fa scena solo in una bacheca, su una mensola distratta, altre volte lega davvero come un collante. Come cellulosa su cui imprimere il piccolo dato del nostro passaggio, perché viviamo appena alcune decine di anni. Un niente. E in poco tempo ci giochiamo l’eternità.