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Sulla Scia delle Visioni: I Mondi Reali di Abelardo Castillo

Scritto da Giulia Ciarapica.

In letteratura, il gioco della qualità è una cosa serissima.

Assassini improbabili, donne silenziose ma potenti, anime di vivi in pena e anime di morti che annebbiano ricordi e tempi presenti, confondendo le acque a chi è rimasto sulla terra a lottare con la vita. Una Argentina da scoprire a tutto tondo, da rintracciare negli angoli delle case di Buenos Aires, da spiare tra le crepe dei muri di pietra di una (forse) inesistente Calle Victoria. 
Questo è appena un assaggio di ciò che troverete ne I Mondi Reali di Abelardo Castillo (Del Vecchio Editore, 2015), quel narratore, drammaturgo, critico e poeta che ha fatto della realtà una finzione e della finzione una abnorme verità. 
«Quando l’impossibile comincia ad accadere, la cosa più sensata è accettarlo con naturalezza». L’impossibile di Castillo altro non è che la possibilità di essere sinceri, il guizzo di autenticità che vibra sotto la coperta di ciò che tutti chiamano “normalità”. La carica poetica ed emotiva di ogni racconto de I Mondi Reali si amalgama magistralmente con l’atmosfera tipicamente argentina, calda, rarefatta, ma sempre asciutta, come la gola quando viene meno la salivazione, e dunque la parola.

Quelli di Castillo, probabilmente, non possono essere classificati come veri e propri personaggi, ma assomigliano più a soffi di vento – sebbene alcuni possano definirsi delle autentiche bufere – che domandano: «Perché?» 
È una ricerca subdola ed ostica la loro, una ricerca dietro la quale si annida, complice del destino più beffardo, il senso della vita: le loro richieste sono quanto di più innocente e genuino una bocca possa partorire, bocca che può appartenere solo ad un genio della Poesia.
Come quando ci immergiamo nella visione di un film di Pedro Almodovar eppure continuiamo a sentire il sibilo dei silenzi dei protagonisti delle pellicole di Bergman, così accade durante la lettura dei racconti di Abelardo Castillo: l’essenziale si dispiega sotto gli occhi del lettore inconsapevole (come nei racconti della sezione Le altre porte), mentre Castillo, come un abile pittore, tratteggia i contorni di storie crudeli e struggenti (come per i racconti della sezione Racconti crudeli) con pennellate precise e veloci, senza sbavature, utilizzando i colori più vivaci dalla sua tavolozza di imprevisti e di equivoci (come nei racconti della sezione I meccanismi della notte).

Si respira, invece, nei racconti contenuti nelle due sezioni
Le pantere ed Il tempio e Lo specchio che trema, un certo misticismo quasi ancestrale, che richiama esattamente le radici della terra da cui proveniamo e alla quale presto o tardi torneremo, vale a dire un tocco metafisico forgiato direttamente nella casa di qualche Paula, di qualche Maria Fernanda o di qualche Antenor, mentre il gusto acre e fuligginoso della terra nera e non più fertile si mescola all’odore di muschio e selvaggina. In sostanza si viene a creare, nelle storie, uno spiritualismo che richiama ogni volta i suoi personaggi con i piedi al suolo, che li schiaffeggia  e li riconduce là dove credevano di aver trovato rifugio per le loro colpe. 
In ogni racconto – piccole vite che si incastrano con tutte le altre fino a formare un mosaico esistenziale degno dei migliori scritti di Paco Ignacio Taibo II – l’indifferenza superficiale (e soltanto superficiale) di taluni atteggiamenti, la spocchia irriverente di tal altri, o la cattiveria occasionale di certi timonieri della disavventura, si trasformano, quasi sempre, in forme di amore che nascono per caso e durano per scelta, in legami irrobustitisi sotto i colpi del destino. Piccoli spilli di dolore sordo ma atroce, gocce di affetto che sgorgano dal cuore di un gigante buono, seppure d’aspetto mostruoso. 
Perché in ogni storia di Castillo c’è sempre un gigante pronto a salvare qualcuno: sia esso un vecchio barbone o una fidanzata sedotta e abbandonata, c’è sempre un briciolo di speranza, una qualche volontà di redenzione che si affanna a rintracciare una bontà finale, purificatoria, a tutti i costi. Come in certi personaggi dostoevskijani, la salvezza finale deve poter risplendere di luce propria dinanzi agli occhi increduli di chi credeva di essersi perduto per sempre. 

Alle storie di anime sospese a mezz’aria, colpevoli solo di sopravvivere ancora nella memoria di qualche sciagurato («Mi disse di non smettere di guardare il treno finché non fosse scomparso dietro la curva. Mi disse che, malgrado io non potessi vederla nell’oscurità, lei poteva vedere me dal vagone di cosa. Mi disse di salutarla con la mano»), si alternano racconti di donne eleganti e silenziose, ruggenti, dal cuore traboccante di passione, come fossero vere e proprie pantere, e racconti di uomini fragili, sottili, tanto che di taluni sembra quasi di poter sfiorare l’animo, sensibile, arioso, confuso. Impercettibile.
Il Castillo de I Mondi Reali ricorda vagamente, ma in modo abbastanza deciso, il Gogol’ dei Racconti di Pietroburgo, palcoscenico indimenticabile di vite al confine con la pazzia: un artista che rincorre una sconosciuta e muore di dolore quando apprende che si tratta di una prostituta,  un povero scrivano che si priva di qualunque oggetto pur di comprarsi un cappotto nuovo che gli verrà sottratto già il primo giorno, ed un maggiore che perde misteriosamente il proprio naso.
I Mondi Reali, così come i mondi descritti dai grandi visionari, sono luoghi in cui le assenze scavano più a fondo delle presenze, luoghi in cui i fantasmi pesano più dei corpi in carne ed ossa e in cui le emozioni hanno forma, consistenza e odori che si attaccano alla pelle, agli occhi, al cuore.