Stampa
PDF

Il Dolce Inganno

Scritto da Paola Ferrero.

L’eros è un programma che va in onda nella mente di ogni uomo.

Forse perché in casa mia si leggeva Playboy – anche se ricordo chiaramente che io, in età elementare, più che altro lo sfogliavo come una rivista di moda e ammiravo la bellezza di quei corpi morbidi e svestiti senza la malizia necessaria – o forse perché all’epoca del manifesto con Moana Pozzi di cui parla Pippo Russo in apertura del suo breve testo edito da Clichy ero troppo giovane per coglierne l’intento rivoluzionario, non ho memoria di quel momento. So per certo che la figura di Moana rimase impressa a molti miei coetanei, ragazzotti di provincia che di sicuro ebbero a ripetere il suo nome più e più volte con un sorriso un po’ ebete in volto. Come a dire io so chi è, ed è pure un po’ mia. «Un nome non fra i più diffusi, ma da quel momento identificato con un solo corpo e con la sua pubblica rappresentazione.
Con una sola persona. 
Non sapevamo ancora di non poter avere altra Moana all’infuori di lei, però imparammo subito l’unicità del nome. E la possibilità di scandirlo rotondamente, imitando la dolce ossessione dell’Humbert Humbert di Vladimir Nabokov: Mo-a-na, alla stregua di Lo-li-ta. Il cerchio perfetto delle sillabe a trasformarsi nel loop di una nuova devozione.» 

Ciò che fa l’autore, attraverso la figura provocatoria e intelligente della Santa Peccatrice, è soprattutto una analisi del periodo in cui l’attrice è stata prima di tutto personaggio pubblico in una Italia ipocrita e moralista, che per un brevissimo lasso di tempo è sembrata riaversi dalle sue storture aprendosi e accogliendo anche ciò che era considerato un
genere underground. Un periodo che culmina con l’elezione di un’altra pornostar in Parlamento, e destinato a terminare prima ancora di aver vinto del tutto le resistenze, complici la paura dell’Aids e un’inaspettata autocensura delle reti televisive. Se in qualche modo la presenza di Moana sui manifesti di Men in tutta Italia poteva aver dato spazio all’idea che si fosse in vista di una sorta di rivoluzione culturale, la sua figura non otterrà mai quella legittimazione in toto come personaggio pubblico che invece è toccata al suo collega Rocco Siffredi. Che a una donna potesse essere perdonata una scelta simile era probabilmente un’utopia, che poi una donna bella e di buona famiglia scegliesse contro ogni pronostico una carriera nel mondo della pornografia suonava anche peggio a conservatori, bigottoni e benpensanti. 

L’analisi degli anni trascorsi dall’apparizione di quel manifesto, nel 1986, fino alla sua prematura scomparsa, nel 1994 è un susseguirsi di fatti apparentemente poco collegati tra loro. Fatti del nostro costume e di un decennio che più degli altri ci ha portato il dolce inganno che tutto potesse essere finalmente permesso. Che tutto fosse facile. Invece no, se è possibile da quel decennio ne siamo usciti anche peggio, e a noi – generazione di eterni fanciulli che ambiscono al “tutto e subito” – non è stato subito chiaro che invece di progredire eravamo regrediti. 
Considerazioni spontanee leggendo note sulla vita personale, artistica e pubblica di una pornostar che in qualche modo ha aperto una via mai del tutto richiusa, che ancora genera dibattiti: e quante donne a giudicare le sue scelte, ancora oggi, mentre praticamente il nostro paese “va a puttane” da una vita ma preferisce non farlo sapere. Che in qualche modo la scelta di Moana sia stata politica, che sia stata dettata da accadimenti personali o dal sincero rifiuto di un mondo (quello dello spettacolo in generale) che comunque chiede pegno, non lo sapremo mai in modo definitivo.
Lei ha comunque pagato sempre in prima persona, senza lamentarsi, e proponendo un punto di vista del mondo, non importa quanto condivisibile. 

Le riflessioni di Pippo Russo aprono una parentesi tutt’altro che chiusa sul periodo che ha visto Moana protagonista. Anni che ancora ci trasciniamo dietro, e dentro, portando la pornografia in ogni campo – il fatto che l’autore si occupi principalmente del
lato oscuro del calcio globale mi ha dato l’idea che ci sia un collegamento di qualche tipo tra l’hard e l’aspetto finanziario, tra le donne di spettacolo e i calciatori, tra i due “giochi più belli del mondo”, interessi primari di un popolo intero – e rifiutando ancora il sesso pur essendone morbosamente attratti.