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Intervista a Roberto Saporito

Scritto da Paola Ferrero.

Un buon libro, sono convinta, ti lavora dentro anche a distanza.

Quando improvvisamente ti trovi a farti una domanda riguardo a una storia, a un personaggio o anche a un semplice non detto ti rendi conto di quanto ciò che leggi lascia un segno. Non capita con tutti, anzi. Ci sono romanzi che ti attraversano e se ne vanno come una granita d’estate. Ce ne sono altri che fanno capolino nei momenti più inaspettati, quando magari ti ritrovi in strada a guardare la minigonna della ragazza che ti cammina davanti o quando ripensi all’università e alle abitudini di alcuni. O quando qualcuno ti bacchetta perché non hai inserito il codice fiscale di un personaggio nel tuo ultimo racconto, come se fosse il nozionismo a raccontare storie e non la fantasia. 
Capita quindi che nel momento in cui si incontra la prosa di Roberto Saporito, così asciutta e allo stesso tempo densa di materiale, la fantasia esulti per il compito di riempire i pochi vuoti e dare il proprio colore alla storia. Se poi si ha anche la fortuna di poter comunicare direttamente con l’autore, ecco che le riflessioni diventano dialogo e il dialogo è una piacevole intervista, fatta quasi all’ora di cena con un buon bicchiere di vino davanti e il mare che sussurra poco più in là – perché la fantasia inizia a lavorare. 

Ci sono mille spunti di riflessione in questo tuo ultimo lavoro, il cui protagonista principale risulta essere il nostro tempo. Il Professore, Carlotta e Lea rappresentano aspetti differenti della società in cui viviamo: autodistruzione, edonismo e impunità.  
E poi c'è un altro aspetto che in qualche modo li unisce tutti e tre, cioè il non trovare il proprio posto nel mondo, forse non cercarlo affatto, o cercarlo nel posto sbagliato, in una società che si accorge della tua esistenza solo quando sbagli, in una società che respinge invece che assorbire, che per sopravvivere ci rende cinici, che ci invita ad usare le persone invece che a conoscerle meglio.

Il senso della sconfitta che prova il Professore rendendosi conto di fare un lavoro che non esiste invece di quello che dovrebbe fare, mi fa pensare a un uomo “piccolo” che non sa arrivare fino in fondo alle cose. Le desidera e allo stesso tempo sembra incapace di agire. Questa rassegnazione è uno dei mali di oggi?
Certo, il fare un lavoro che non ti piace, ma che ti da comunque da vivere (e che diventa l'unico motivo per farlo, un motivo che però è un peso enorme da portare), e magari tralasciare qualcosa per la quale siamo portati (il famoso talento), ma che non ti porta invece (almeno economicamente) da nessuna parte: il Professore-scrittore in fondo prima di arrendersi scrive cinque romanzi, ma visto lo scarso successo (economico) trova un modo per riciclarsi, insegnare qualcosa che secondo lui non si può insegnare: a scrivere.

Non è la prima volta che il tuo protagonista è uno scrittore e ogni volta sembri ironicamente critico riguardo a questo mondo. Il desiderio di apparire si è appropriato anche della scrittura, diciamo. Tutti questi corsi di scrittura creativa, su cui il Professore ragiona all’inizio del libro, sono utili o appunto un modo come un altro per approfittare dell’ansia di diventare “qualcuno” che sembra possedere tanti?
Il Professore è un fautore del talento, se ce l'hai forse un corso di scrittura creativa può aiutarti a incanalarlo nella giusta direzione, può darti darti un metodo per governarlo, ma se ne sei privo, la scuola di scrittura creativa è un inutile perdita di tempo (e di denaro), diventando unicamente un dispensatore di false speranze. Oggi agli scrittori si chiede di essere personaggi, si chiede di apparire, di essere attori prima che autori, in questo modo il valore del libro passa in secondo piano, gli scrittori devono essere vendibili per quello che fanno più che per quello che scrivono, devono stare su un palcoscenico, invece di stare chiusi nella propria cameretta a scrivere, dato che la scrittura, purtroppo, non è più la cosa più importante di un libro. Ma la colpa è anche dei lettori, che in una sorta di circolo vizioso, o forse anche solo cadendo nella trappola di certi editori sono più interessati allo scrittore che al libro: affollano i festival letterari e le fiere del libro, ma disertano le librerie.

Abbiamo già parlato della mancanza di educazione alla lettura che appiattisce in qualche modo lo scrivere di molti autori e delle politiche editoriali che tendono per profitto ad appiattire il prodotto rendendolo riconoscibile, duplicandolo, falsandolo. La resa del Professore anche qui è evidente, anche se tenta di trasmettere ai suoi allievi un minimo di criterio nel leggere prima di pretendere di scrivere. La scelta di insegnare qualcosa in cui non crede, la scelta di non partecipare alle riunioni di redazione, perfino la scelta di non scrivere – seppure forse meno consapevole delle altre – sono un suo modo di fuggire da un mondo che non sente più suo?
Sicuramente, nel momento in cui non ti senti più parte di quel mondo, dato che oggi l'unico vero riconoscimento è quello economico, se i tuoi libri non vendono, al di là del valore letterario del testo, vieni sistematicamente tagliato fuori dal sistema editoriale, esistono solo più i numeri, le copie vendute, le classifiche, i prestigiosi premi letterari (specialmente per le grandi case editrici, per le medie-piccole forse c'è ancora qualche speranza, lì il coraggio di scommettere su un testo nel quale si crede ancora esiste, per fortuna). E comunque tornando alla lettura sono fermamente convinto che non esista nessun buono scrittore che non sia stato prima di tutto un grande lettore, l'atto del leggere deve per forza essere alla base di qualunque buona scrittura.

La fuga è comunque uno dei temi principali. Sia il Professore che Lea sono in fuga. Da sé, soprattutto. Ma anche da una realtà che non li vede “compiuti” e che promette responsabilità che non vogliono. Dalla società che impone uno standard che non è il loro: il “vincente a tutti i costi”. Così mi pare che la loro iniziale fuga in vespa sia il primo indizio, quello tangibile, di una loro tendenza. È quello che in fondo li unisce?
La fuga è uno dei miei temi ricorrenti, fughe reali, nelle spazio, ma anche fughe da fermi, da se stessi. La fuga sposta di lato i problemi, chiede una pausa dal peso di vivere, mitiga le responsabilità (specialmente quelle che non ti sei scelto, ma che ti sei ritrovato a dover vivere): è una sorta di scelta relativa, al limite della non-scelta, una sorta di vacanza dalle responsabilità, e che per qualcuno può perfino diventare una vacanza permanente, un girare a vuoto per non dover girare come vogliono gli altri, un viaggiare paralleli, alla giusta distanza, dai binari prestabiliti da qualcuno che non sei tu. E infatti il Professore e Lea sono uniti da questa tendenza a scappare, a mettere una distanza, reale, ma anche fittizia, tra le cose che come macigni esistenziali li tengono legati ad una vita che vorrebbero però diversa.

Sebbene il secondo tempo sia dedicato a Lea, la vera rivelazione riguardo il suo personaggio giunge alla fine. In qualche modo ci sono “briciole” che conducono a questa rivelazione, mai troppo visibili, però non hai calcato la mano sull’evento che ha trasformato una ragazza intelligente e dotata in una squinternata vendicativa e priva di senso di colpa. Un tema del genere avrebbe dato un taglio differente alla storia, per quale motivo hai scelto di non approfondirlo?
Nei miei romanzi ci sono tantissimi rivoli narrativi, idee che se ampliate potrebbero trasformare un mio classico libro (spesso breve) in un romanzone di quattrocento pagine, ma totalmente diverso dalla mia idea iniziale. Quello che ho deciso di raccontare nel romanzo è quello che ci tenevo fosse raccontato, gli elementi allineati uno dietro l'altro, sono esattamente la storia che mi interessava sottolineare, una sorta di meccanismo perfetto (o almeno spero che lo sia) dove un elemento in più o uno in meno stravolgerebbe la mia idea, che è di pulizia assoluta del testo, di asciuttezza, di non ridondanza, di reticenza: i non detti sono fondamentali quasi quanto viene raccontato in maniera palese. Più fantasia ha il lettore, però, più il mondo creato da me (e con le informazioni che do nella storia), più il mondo raccontato si amplifica: non ti dico tutto, ma ti dico quanto basta, ti do delle fondamentali linee guida: il lettore nei miei romanzi deve lavorare, non può mai rimanere passivo.

In una sorta di lucida inconsapevolezza, Lea e le sue amiche hanno un codice preciso sia nell’abbigliamento che nel comportamento. Il Professore rimarca costantemente questo suo sentirsi “lontano”, e “sociopatico”, eppure finisce per seguire come privo di volontà la bella di turno a feste che nemmeno lo interessano o fino a Parigi. Come se avessi ribaltato le cose e avessi reso le giovani ribelli conformiste e l’adulto fosse tornato adolescente. Un altro specchio dei tempi, non credi? Giovani molto più lucidi e attenti (anche quando folli e annoiati) e adulti inconsistenti.
È assolutamente così, era proprio quello che volevo mettere in evidenza: i giovani sembrano avere le idee molto più chiare su molteplici aspetti della vita, che non gli adulti, eterni Peter Pan, che non hanno avuto una propria rivoluzione (ma ne hanno sfiorate tante, da quelle sociali e politiche a quelle tecnologiche) che li avrebbe probabilmente sbalzati finalmente nella realtà, li avrebbe forse fatti davvero crescere: una generazione che si considera ancora giovane a cinquant'anni, è una generazione pericolosa per sé e per gli altri.

Parigi. Sai spiegarmi il fascino di questa città? E perché l’epilogo, inaspettato, deve andare a svolgersi proprio lì? Cosa ci fanno a Parigi il Professore e Lea?
Parigi è una sorta di mia città feticcio, è una tappa ultima di quasi tutti i viaggi che intraprendono i miei personaggi (è successo in molti dei miei romanzi, ma non succederà nel prossimo, dove, finalmente Parigi non ci sarà).

È una sorprendente calamita mitologica, è la fine delle cose in quanto città decadente per antonomasia. È il simbolo, stupendo, ammaliante, stupefacente delle macerie che sta diventando l'occidente del mondo.


La musica, lettura e scrittura, la Francia, i finali a sorpresa, la critica, la noia, e poi il fuggire dal proprio sogno e dalle responsabilità, la mancanza di etica, il sesso, le citazioni; dimentico qualcosa?
Forse no, hai trovato tutti gli ingredienti che compongono Come Un Film Francese: complimenti sei un'ottima chef letteraria che ha riconosciuto tutti i elementi che compongono questo piatto-libro.

E il vino è un bouquet di fiori e frutti.



*Photo by Kyller Costa Gorgonio, Paris (2006)