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Il Viaggiatore Oscuro

Scritto da Filippo Lancietto.

Molte librerie custodiscono segreti gustosi che certi autori, loro ospiti, sanno esaltare.

È bello scoprirvi all’interno romanzi che non si esauriscono nel solo racconto delle vicende. La letteratura ha il compito d’accompagnare alla scoperta di luoghi ancora sconosciuti, siano essi reali o dell’anima, e Il Viaggiatore Oscuro lo fa con un incantesimo che lascia stupiti. Sarà forse complice la notte in cui l’ho letto, che ha contribuito a renderlo così efficace, ma nel buio c’eravamo solo io, lui, e la storia di Paul, che cova un gran fermento. 
Una storia nella quale l’amore è sottinteso ed il rancore è intermittente, a schegge fra sogno e veglia. È avvincente senza pretenderlo. Ha una buona luce come certi film, come quei quadri con le stagioni, le venature delle foglie, le gobbe di un guscio e gli argomenti giusti per ogni atmosfera. 
Ritrovarsi nel protagonista, Paul, anche in via metaforica, è il destino che attende gli spiriti inquieti, quelli che non si accontentano dell’apparenza, dell’unica via, ma scelgono un doppio che è uno scisso in due, affascinante e spaventoso. 

Spesso ci si muove con una parte di verità, una di sacrificio, una di fragilità, ed una forza tratteggiata oltre i confini di un’indecisione. Si sperimentano a più riprese l’abbandono e il riscatto, mentre va in scena la vita santa e sontuosa, logora e lasciva, che gode per un assist offerto alla nuda esperienza. In essa c’è chi vive, chi sopravvive, e chi non sa rendersi credibile neppure ai propri occhi. Perché in fondo
si è quel che si fa
Fuori da questa regola resta l’ingombro di un uomo che cerca la categoria dentro cui infilarsi, e tutto per una questione d’identità. 
Josephine W. Johnson dà forma a un’epopea con una casa che è fulcro, intimità, protezione offerta e oltraggiata. Al suo interno una famiglia complice, che accoglie con premure prudenti ma autentiche una parte di essa più lontana – se non altro in termini di armonia: Paul, adottato dallo zio Douglass, rinnegato dal padre per via di una supposta pazzia, una palese inettitudine alla vita. E Paul è un ragazzo in balìa delle proprie emozioni, sperduto, sprovvisto di ogni equilibrio. Ha alle spalle un passato ammucchiato male e il tentativo mai riuscito di dimenticarlo: la madre morta, e le ombre ad appesantire il ricordo di una casa priva di calore non solo sulla pelle. 

Quel ragazzo viveva sotto il tetto troppo ampio di un albergo alla deriva, tra libri amati e lasciati a malincuore, con la melanconia delle cose finite e il rimpianto a scavare come un tarlo nel legno dei sentimenti. E abitare come ospite sgradito un edificio dimenticato evidenzia alcune allusioni fiabesche: la porta chiusa è la conoscenza negata, la fuga simboleggia la rivendicazione, ma non solo. È un risveglio vero e proprio, la ribellione di chi non cede il passo alla rassegnazione e impara ad avere coscienza di sé, indipendenza, coraggio: valori adulti che rendono un uomo un mondo in piccolo, una creazione mai ultimata e prodigiosa persino nel difetto. 
Per Paul, in una casa nuova, tutto – finalmente – comincia: trovarsi in mezzo a volti da apprendere, avvicinarsi titubante a quel feeling che tocca sfumature mai osate è gratitudine poggiata su attenzioni da ricambiare, accolte con diffidenza garbata ma sempre meno estranea. La familiarità si acquisisce con il tempo e insegna la distanza minima dal prossimo: una forma di affetto da non sottovalutare. La difficoltà per Paul sta nell’ordine: il caos è il suo elemento naturale, la forza che crea scompiglio in una mente indefinita. Paul, che nonostante le apparenze è due interi confinati in un corpo unico. 

Il tema del doppio trova qui l’ennesima, appassionante risoluzione, con la simbiosi di chi è il risultato di una somma e ricava un senso profondo dal contrasto. 
Le due parti lanciate in accese divergenze, prede d’un dialogo affrontato a tracce discontinue su un diario che accoglie, tra le sue pagine, il racconto d’avvenimenti essenziali, piccoli flussi di coscienza capaci di rendere l’esatta misura del terrore, della follia, dell’ambiguità di una figura che ospita al suo interno due personalità distinte: «Oggi Paul è venuto a trovarmi. Dio mio, che creatura misera e pietosa! Buona solo a imporre la propria presenza all’ospite riluttante.
Ogni volta è sempre la stessa storia: rimane lì e non si schioda, finché l’immagine non gli brucia nelle pupille, dopodiché se ne va, piagnucolando scuse e chiedendo venia come un povero scemo, e con quegli occhioni ebeti da spaniel m’implora di perdonargli l’imperdonabile (e lui lo sa bene). Questo fatto dell’identità. È tremenda questa sua lampante pretesa di rivendicare un qualche diritto su di me. Il compagno oscuro che mi porto dietro da sempre. Gli ho offerto una sedia comoda ma invece si è seduto, zitto zitto, sul davanzale, appoggiando le ossa sottili contro i vetri gelati. Mi sono messo a sedere sulla sedia della scrivania, scuro in viso, e ho cominciato a giocare con una penna rotta. Di tanto in tanto, i suoi occhi si riempivano di tristi lacrime che non ne volevano proprio sapere di scendere. Persino il suo dolore è anemico». 

Ad un tratto, il sogno si fa confuso e abbraccia la realtà, col pericolo scampato per un soffio, l’idea della morte come male da infliggere pur di porre fine a un inganno duro da sostenere. Il legame è un bene intravisto per sommi capi: Lisa appare come una madre adottiva; la bellissima Norah che profuma di violette sembra suscitare in Paul un sentimento prossimo all’innamoramento, che però non osa mai divenire altro; il piccolo Christopher incarna l’innocenza, il presentimento, la cura. 
Paul tenta di prendere in mano la propria vita, e farne agli occhi di tutti (e di sé stesso) un’opera di senso compiuto, ma l’istinto gli sobilla l’attesa, l’illusione e il cammino intrapreso a dispetto d’ogni stato. Sopravvive solo l’idea della rinuncia, insieme a un ritratto sbiadito di persone amate, mentre gli ultimi granelli di fiducia scivolano verso ritmi nuovi, con una rinnovata lentezza. La quiete del focolare domestico all’alba, e una dolcezza imbevuta di nuovi languori, a dispetto di ogni abbandono sapranno farsi promessa accogliente e indicibilmente umana.


Il Viaggiatore Oscuro, di Josephine W. Johnson
Del Vecchio Editore (2015)