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Kruso e L’isola Che Forse C’è

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Immaginate un libro in cui la rivoluzione interiore sia il punto di quiete.

Non chiamatelo capolavoro: quello è un termine abusato, buono per le fascette attorno alle opere che non sanno parlare da sé. No, questo è Kruso, la voce di un’esperienza che va letta per essere creduta, per poter dire che il grande romanzo – quello che fa scuola e definisce un genere, un’epica – è ancora possibile. È letteratura che esplora la terra del sogno, poi tocca la realtà e mostra quanto sono affini i due aspetti. E quanto le vicende e i contesti in cui hanno luogo siano parte di un affresco storico, umano e poetico di rara sensibilità. Un’isola che forse c’è. 
Un’isola è terra di molti, è una alleanza stretta tra chi la vive e gli eroi che nutre. Ha per tetto un cielo curvo, e in dono acqua e terra; l’aria muove i suoi strati, dona linfa a chi va in cerca di ispirazione. Nulla la rende diversa da mille paesi sospesi su un blu tutto mare e niente approdi: sono gli abitanti a completarla, e le storie, patrimonio di una società che troppe volte dimentica. 
Ho avuto in dono un’isola trovata, immersa tra i capitoli di un romanzo, e due nomi che a lungo avrò nella mente: Ed, spicciolo familiare di Edgar, e Kruso, che presta il titolo all’opera di Lutz Seiler, autore capace di parole abili a delineare tutto, persino ciò che non dice. 

È un fatto: in un’intesa narrata si esclude la possibilità di fabbricare sulle illusioni e sui sottintesi, su certi input lasciati cadere tra parentesi con una verità lampante: un po’ alleata, un po’ nemica, un po’ risacca che ruggisce in sottofondo nelle notti che segnano una vita da ribelle. E la ribellione, qui, assume i tratti di una giusta comprensione, di un indagare volto a conoscere il senso di un’esistenza da custodire. 
Il superfluo viene ridimensionato in parole solide, efficaci, secche, piantate come una scure che si abbatte sul perimetro scelto. E imprimono un segno, creano fratture, lasciano filtrare una volontà di risveglio e riscatto. È la danza macabra della morte a prendere l’incipit alla gola. La morte di una donna che è G. nella fuga, nel tentato ricordo, nello stridere di un tram sui binari che segna il trauma di un’interruzione. Sembra quasi stia lì, quel corpo, inerme, a imitare la posa dei meccanici quando riparano un guasto a una vettura. E di fronte all’inevitabile, la mente passa in rassegna le cose di ogni giorno: il gatto Matthew che non torna più a casa, la luce che entra da una finestra e l’attrazione di un salto risolutivo, un salto nel vuoto, cercando un’ovvietà dolorosa per tacere le ultime speranze. Quel che avanza è una vita vissuta d’inerzia, l’idea di una morte mai pronunciata in risposta a un’altra morte ormai avvenuta, la convinzione che si possa davvero scegliere di non scegliere e avere la pretesa di sentirsi vivi. 

E vitale è la trama, maestoso mosaico di un’amicizia particolare. 
Inutile tracciarla: presto la rete ne proporrà numerosi copia & incolla, più o meno migliori del mio tentativo di offrire la biografia percettiva dell’opera. Che si concentra sul dettaglio, con la mente che coglie il superfluo e ne fa un’arringa in cui la colpa vince su tutto, e la consolazione che si posa sul ricordo di chi si è amato: un viaggio, o meglio, il viaggio. Partire, dimenticare il salto, concedersi un’opportunità nuova e ben lontana dall’essere capita, almeno all’inizio: un viaggio privo di meta definita, una vicenda con la posa scomoda dell’inquietudine che vuol essere sedata.
La noia è un lusso, l’osservazione è necessità che rigenera. 
Si delineano i contorni di un’isola, con una vita a disposizione e il non sapere cosa farne. Edgar approda nei pressi di un luogo che diventerà per lui casa e scompiglio, una minuscola oasi in mezzo a una vegetazione odorosa, un mare che da lontano culla i sogni di chi affida il sonno a una comunione di gesti e di intese del tutto insperata: è l’Eremita, punto d’approdo di villeggianti, di donne e di uomini pronti a mettersi alla prova per un pasto da consumare in compagnia di pochi, e un senso di libertà troppo ampio da tracciare in una manciata di istanti. È un porto sicuro per il vecchio Edgar Bendler, giovane d’età e sfatto nello spirito, che si affaccia sul nuovo Ed, e trova incontro e occasioni di crescita: una comunione di dispersi, disadattati che il mondo mastica e sputa nell’arco di un’illusione; un tetto e un pavimento sotto a cui si diventa famiglia, e la vicinanza diviene importante quando non è solo pelle e volto ma appoggio, quando gli occhi non vedono e i sensi collaborano tutti. Riconoscersi al fiuto è un prodigio che si fa privilegio, specie in un non-luogo, un rifugio dove non c’è tradimento ma alleanza. È la nave dei naufraghi, l’orizzonte da doppiare anche a costo della vita, e il suo bordo si sporge sulla libertà. Una libertà che Ed impara da Kruso, il mozzo dalla pelle ambrata e lo sguardo acuto. Kruso che è punto di giunzione e rivolta sopita, Kruso che agguanta e non accarezza quasi mai, eppure ha frasi attente, sguardi che si posano sulle cose e ne imparano svelte i segreti. Kruso che nel tempo diventa l’amico che non estorce la confidenza, e il più delle volte nemmeno la introduce: è un fatto di somiglianza, cambiano solo le prove imposte da un destino che si delinea rapido, e rapido torna a un mittente sconosciuto. 

Altra vita, per Ed, altro incarico, facce mai viste: Mike il cuoco, Caballus, il proprietario della struttura, il poeta e gli affetti, le poche cose lasciate da chi non c’è più e prese in prestito. E poi Viola, la radio che riempie ogni istante e opprime il petto col suo ronzìo: un contatto con qualcosa lasciato al di là di una linea di confine neanche troppo immaginaria. Un muro. O forse il muro per antonomasia. Ma c’è un mondo che riempie spazi e divisioni geografiche imposte a chi è costretto all’esilio nella sua terra, mentre si intrecciano le sorti di chi resta all’Eremita intorno a un tavolo. 
La familiarità non va spiegata: è più che far parte di qualcosa, è l’essere il progetto stesso da portare a compimento, impersonarlo in ogni fibra. E prima di ognuna di esse le notti, la febbre, il corpo che odora di cannella, il sudore incollato alla pelle, alle lenzuola: fatti di intimità condivise che trascendono il contatto. 
È un’affermazione di sé che va oltre la parola e il conforto di un abbraccio a proteggere. E quella fra Edgar e Kruso è una tensione svuotata di ogni forma di odio, che passa dalla voce agli sguardi, e la collaborazione di chi ha una responsabilità da sostenere. Lutz Seiler ne dipinge l’epica con tocchi sapienti, frasi di legno, lavori d’ebanista e aromi di una letteratura che si pensava ormai lontana, sepolta in quei classici che non possono tornare. Nulla di più falso. Quei classici sono tra noi, nelle mani di chi vuole raccoglierne la sfida. Una sfida che svela la parte sbagliata dell’addio, l’alleanza rotta, disgregata, la nostalgia di quel che è stato e che poteva essere ancora. 

Kruso è la promessa che trova energia in una foto conservata e poi ripescata dal fondo di un ricordo sempre vivo in altri luoghi, altri tempi. È un’avventura nella quale uno si fa voce di molti, parla e indaga anche per chi non ha più respiro, in onore dei naufraghi che
come i grilli credono all’eterna estate, alla certezza dell’utopia poggiata appena un po’ più in là del disincanto. «E piano Kruso pontificava sulle possibilità di asilo che la terrazza dell’Eremita poteva continuare a rappresentare. Parlava di chi ritorna e diceva che non sarebbero stati pochi, non appena avessero riconosciuto gli inganni del mondo delle merci. – Loro possono ancora accorgersene, Ed. Ma molti, nati lì e che non hanno avuto nient’altro, non percepiscono più la loro infelicità. L’industria dell’intrattenimento, le automobili, le case di proprietà, le cucine a incasso, perché no? Ma per loro è il loro stesso corpo, una specie di propaggine naturale, il luogo del loro sentire e pensare. La loro anima saldamente inserita nel cruscotto, assordata dall’hi–fi, o attutita in un forno Bosch. Non riescono più a percepire la loro infelicità. Non sentono il cinismo insito nel termine consumatore: solo la parola!
Il suo suono animale, pieno di campanacci di mucche e pastori, spinti sulle colline del benessere, brucano, masticano, consumo, digestione e nuovo consumo; mangiano e cacano, questa è la vita del consumatore.
E tutto è approntato per quello, dalla sua nascita alla sua morte. La difesa dei consumatori funziona come una palizzata, è il recinto sulla distesa erbosa. La centrale dei consumatori registra ogni minimo movimento nel gregge, e trasmette il consumo medio, non in chilometri, come per i motori, ma in anni, decenni.
Quanto è alto il consumo, per esempio, rapportato alla vita? E quanto ci vuole perché un consumatore sia consumato? Solo la parola, Ed, questa parola, vuota come l’occhio di una mucca, sarebbe una prova sufficiente; se si avessero ancora orecchie».



Kruso, di Lutz Seiler
Del Vecchio Editore, 2015