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Il Terzo Occhio Fra Merceologia ed S.O.S.

Scritto da Fabrizio Salani.

Per Bufalino alcuni poeti non erano di questo mondo, ma visioni in transito sulla Terra.

Capita spesso sentir parlare di terzo occhio come d’una dote di chi sa vedere oltre, intuire qualcosa in anticipo sugli altri in una o più situazioni. L’hanno gli scienziati geniali, i filosofi e i pensatori che hanno fatto la storia dell’umanesimo, i registi, gli interpreti dell’arte e persino i calciatori, quelli che hanno una visione di gioco fuori del comune e sanno leggere lo sviluppo delle azioni quando ancora sono solo potenziali. La mitologia nazionalpopolare li trasforma quasi in beati, coprendoli di lodi e di cori, mentre gli sponsor ne affittano l’immagine a colpi di milioni. In quest’opulenza distante dai piaceri spirituali, chi si ricorda più dei poeti? 
Alcuni di essi non glorificano solamente, ma precedono gli eventi umani: è provato da numerosi esempi. Jules Verne, in Ventimila Leghe Sotto i Mari e ne L’Isola Misteriosa, inventando il Nautilus e le sue prodezze traccia, intorno al 1870, un cammino tecnico e scientifico molto prima che effettivamente si realizzasse, dando per ovvio – e pertanto fattibile – un fenomeno di sublime fantasia. 

Brun, Fulton, Pullino, e svariati altri, sono tralci filiati dal capitano Nemo con un rigore logico tale da dimostrare che il tessuto poetico è un fatto prettamente scientifico. Il buon Verne infatti non voleva scrivere una favola, bensì romanzare avvenimenti che gli studiosi di problemi marini già intuivano e davano un po’ per scontati. Era più che altro una questione di tempo. Male ha fatto il cinema a rifarsi a quelle intuizioni letterarie con spirito da B-Movie, per non parlare della figliolanza illegittima di carta, la mera imitazione delle storie con un tradimento intellettuale che mortifica il buon nome sia degli autori originari, sia della famiglia letteraria al cui patrimonio fa capo ogni opera scritta. 
I responsabili di malintesi del genere ormai non si contano più, perciò è improduttivo fare i moralisti. Piuttosto, meglio tracciare una diagnosi del male e approntare una cura, sebbene sia difficile dare a un pubblico culturalmente affascinato dagli stereotipi, dotato di una appiccicosa erudizione da quiz tv, qualcosa che non sia un pastone multicolore eccitante e banale, che nulla aggiunge al coro di valori facili per platee in cerca di svago superficiale. 

Il punto è come uscire dagli schemi, se chi li imposta non ne ha alcuna intenzione? 
Come liberarsi dal contorno di donnine albioniche e bellocci dalla mascella marmorea e il petto dei guerrieri Achei, fatti naufragare nella city oppure in qualche sperduta isola dei soliti, vaghi mari del Sud, e per osmosi dell’ovvio scosciare la bisbetica dissennata tutta imprevisti, attrezzare di testosterone o di armi (comunque pistoloni per spettatori altrettanto) il sesso forte, e poi piazzarci il serial killer, o un bel ragno sovradimensionato, la gallina-elefante, l’ape avvoltoio, e via con gli ingrandimenti della natura propri dell’occhio bovino? Il top lo raggiungono quegli autori che sognano addirittura – o ne sono del tutto convinti – di scrivere il capolavoro dell’anno, e i produttori pompano la storia fino a darla per seria, e densa di contenuti, ed esce un lavoro imperdibile al minuto. Che un minuto dopo la visione o la lettura è già sostituito con la sua nuova, fiammante fotocopia. 

È vero che l’arte vive di vita propria, anche se muove da ispirazioni preesistenti, tuttavia ci si augura che il mondo senta prima o poi il dovere di uscire dal trabocchetto della ripetizione. 
Il criceto che corre come un forsennato per trovarsi sempre allo stesso punto capisce l’inganno, ma non può farne a meno: è costretto dal suo cromosoma e dalla cattività, un termine che ben descrive la bastardaggine della condizione in cui viene tenuto. E il più delle volte chi lo chiude in gabbia dice con lapidaria convinzione che è carino, che in natura avrebbe una vita più breve, «e poi guarda, su, non lo vedi come rosicchia contento? Non è un amore?». 
Insomma, se anziché avere solidarietà nelle bassure, se ne avesse per il traguardo dell’interiorità, nel rispetto del fatto educativo, l’opera artistica tornerebbe a risplendere in modo universale. È anche il motivo per cui vengono, ogni giorno, dimenticati i poeti: i poeti della canzone, del fotogramma, della tela, della scultura, della prosa che sa adoperare il terzo occhio, e non vede l’orizzonte del guadagno per la dote innata di puntare a tutt’altro. Alle cose che restano sul serio. 

All’opposto sarebbe bene che gli autori, di qualsiasi origine o specie, imparassero come le masse a vivere insieme: non in branco ma in collettività, per completezza e salvaguardia dell’individuo, senza snobbare i sentimenti popolari. 
Settimane fa discutendo con un’amica, lettrice forte, venivo a scoprire il suo antagonismo verso un largo numero di nuovi prodotti, vocabolo a cui dava un tono merceologicamente spregiativo, poiché a suo dire tutti uguali, coi difetti di cui sopra, e l’intenzione di fare uno sciopero autonomo. Il grave di tale atteggiamento non è tanto danneggiare se stessi (il bilancio mensile ne beneficia, e se si vuole i bei testi si trovano a prezzo ridotto nei negozietti dell’usato), ma dalla sensazione di lanciare un s.o.s. carico di significati che molti autori e addetti ai lavori non hanno in mente di raccogliere. 
Costoro – e soprattutto chi li foraggia – prendono a prestito titoli e trame che hanno il diritto della libera interpretazione, della scelta del linguaggio più confacente al nuovo uso, ma non di annullare o di tradirne il sottostrato. Volendo fare il comodaccio proprio, abbiano almeno il coraggio e l’onestà di non impegnare le opere con meccanismi da filiera. Quella non è creatività, ma sterilizzazione. 

Devi chiamarti prima d’essere chiamato 
polvere alla polvere, museo d’occasioni perdute, 
scoraggiate di fronte 
alle ragnatele del mondo di sempre. 

Devi batterti prima d’essere battuto 
dalla resa, perché la passione resista alle prove. 
Allora saprai quanto duole 
se la sua assenza non causa dolore.

*Taken from F. Boneschi (Pieve Del Cairo, 1965)
*Photo by Lotus Carroll (Lonely Bird, 2015)