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Cassiodoro & La Fusione Culturale

Scritto da Daniela Scimeca.

L’alto medioevo dalla maggior parte degli studiosi e dalla storiografia viene descritto come un periodo buio, etichetta negativa fin troppo consueta.

Eppure è proprio in questo periodo che cominciano a fiorire i monasteri, piccole comunità piene di vita sociale e culturale, dove amanuensi certosini copiavano opere dell’antichità classica arrivate a noi grazie a una paziente opera di conservazione. In questo periodo vivono anche uomini di immensa cultura come Boezio, Simmaco e Gregorio Magno. Tra di essi, personaggio quanto mai interessante e poliedrico è Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, che si colloca tra il V e il VI secolo a.C.
In un’epoca di transizione, in cui la cultura classica si andava fondendo sempre più con le tradizioni dei barbari, Cassiodoro rappresenta l’intellettuale modello. È uomo di pensiero e di azione, si interessa di scienza, teologia, filosofia e politica, conosce i classici greci e latini, e racchiude in sé l’incontro di saperi tipico dell’epoca.
Cresciuto alla corte del re goto Teodorico, già da adolescente mostra un’intelligenza e una curiosità singolari: scrive e parla correntemente il latino, tiene discorsi in pubblico durante alcune visite diplomatiche. La sua prudenza e saggezza gli permettono di diventare consigliere fidato e intimo amico di Teodorico, che lo elogerà molte volte in pubblico.

Lo studio e le lettere per lui hanno altissimo valore, è convinto infatti che il progresso non possa fare a meno della cultura e del sapere, e con intuito estremamente moderno ipotizza uno stato italico dove possano convivere i discendenti dei Romani e i Goti. Lavora dunque per una fusione sociale ancor prima che culturale, che cerca di raggiungere grazie all’incarico di diplomatico affidatogli.
Dà persino lezioni di politica, convinto che i problemi di una società si risolvano puntando al bene comune e alla pubblica utilità, mettendo da parte l’interesse privato e l’opportunità.
Ritiratosi dalla vita politica rientra a Scolacium, in Calabria, nella terra natia della famiglia, e fonda Vivarium, un monastero il cui motto “audiat uterque populus quod amamus” farà scuola.  Non è rivolto infatti a due sole realtà, ma alle comunità del mondo intero.
Nel Vivario, autentica cittadella religiosa retta da due priori, si sposano l’impronta contemplativa monastica e gli interessi culturali. Il fine è quello di conciliare lo studio della scienza sacra con quella profana, e favorirne la conservazione tramite l’opera di scrittura dei testi da parte degli amanuensi.

Qui inizia una seconda opera di fusione tra classicità greco-romana e cristianità.
Gli scritti di Cassiodoro sono sempre ineccepibili, hanno stile raffinato e ricerca linguistica, oltre a possedere la capacità di adattare il registro all’argomento trattato.
Riesce così a sdoganare il concetto di insegnamento divino e umano, e crea una biblioteca molto vasta per i tempi, dove trovano posto classici religiosi, epici e pagani, la letteratura greca e quella latina. La sua intuizione è la prima in ordine storico a prendere il nome di università.



Di lui Benedetto XVI ha detto: «consapevole della necessità di non lasciare svanire nella dimenticanza il patrimonio umanistico accumulato nei secoli, Cassiodoro collaborò ai più alti livelli di responsabilità politica con i popoli nuovi».