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Nessuno Ha Visto Antigone

Scritto da Antonella Mecenero.

Amo lavorare sulla riscrittura del mito. Ho sempre l'idea che gli eroi, quelli veri, ci vivano accanto, ma che abbiamo perso la capacità di riconoscerli e onorarli.

Questa, quindi, è la storia di un'Antigone ignorata, ai confini della nostra società.


– Mai stato al campo nomadi? 
– No. 
– Non caveremo un ragno dal buco. Lì nessuno vede mai niente. 
Il vice brigadiere Riccardo Strani si strinse nelle spalle. Non gli piaceva quella giornata grigia e umida, così come non gli piaceva la supponenza di Domenico Garavaglia, ma lui di grado faceva brigadiere capo. Non ci si poteva fare niente, a parte sopportarlo. Proprio come per il freddo. 
– C’è una ragazza scomparsa – disse comunque. 
– C’è una ragazza rom figlia di un capoclan decaduto, con due fratelli che si sono fatti ammazzare da neppure un mese, che non si fa vedere a scuola da dieci giorni. L’avranno fatta sposare e mandata via. Oppure l’avranno ammazzata e fatta a pezzi da qualche parte, per capriccio. Non ci diranno niente. Staremo fuori tutto il giorno a prendere freddo senza ottenere nulla. 
Il sottinteso era che fosse tutta colpa di Riccardo. Aveva insistito col maresciallo per occuparsi della cosa e questi, preso atto che la ragazza veniva da una famiglia turbolenta, aveva obbligato Garavaglia a uscire dal suo ufficio riscaldato per farlo andare in giro sotto la pioggia di gennaio. E dal suo punto di vista, il brigadiere capo aveva ragione. Aveva ragione anche a considerare Riccardo un pessimo carabiniere, uno che non seguiva l’aurea regola di cercare sempre meno guai possibile.
Per questo in caserma tutti tentavano di evitare che fosse lui a raccogliere certe denunce.
Se le prendeva a cuore, finiva per insistere ad aprire inchieste destinate a portare solo rogne. 

Era stato un caso, dunque, che Riccardo avesse risposto alla telefonata e avesse parlato lui con la professoressa.
Una donna che il vice brigadiere si era immaginato quarantenne e sola, quasi sfiorita, quasi cinica, ma non del tutto; non ancora. Quella voce timida, quasi rassegnata, gli aveva raccontato di una ragazzina sedicenne che tutti i giorni partiva dal campo nomadi per andare a frequentare una scuola professionale per parrucchiere. Non parlava con le compagne e spesso arrivava in ritardo. A volte non andava a scuola per giorni, ma non era mai stata assente così a lungo. Non si faceva illusioni, la professoressa: queste ragazze per lo più abbandonavano gli studi, era tanto che non avesse già uno o due figli, e neppure lei sapeva perché avesse telefonato ai carabinieri.

– Ha mai avuto a che fare, con il padre? – chiese Garavaglia. 
– No. 
I fratelli della ragazza si erano fatti ammazzare lontano, in un regolamento di conti tra bande, ed erano stati coinvolti in margine dalle indagini. 
– Io sì – disse Garavaglia, dopo un poco. – Saranno passati… cinque, sei anni. Non so. Non si è mai capito cosa sia successo davvero, come sempre, con quella gente. Lo Zoppo, lo chiamano tutti così, era a capo del giro della droga qua in zona. Saremo anche una provincia periferica, ma tutto quello che arrivava, passava da lui. E poi un giorno ha trovato la moglie impiccata, o l’hanno fatta impiccare, e lui è impazzito. Ha tentato di cavarsi gli occhi… L’ho interrogato io, in ospedale, quand’era di nuovo calmo… Una strana persona, che non ti aspetti. È saltato fuori che da bambino era stato dato in affido, è cresciuto lontano dai campi nomadi, ha studiato. E un bel giorno è tornato indietro e ha preferito spacciare droga e vivere in una roulotte. È nel sangue, ci nasci delinquente. 
– E la moglie, perché si era impiccata? 
– E chi lo sa? L’avrà picchiata fino a farla uscire di testa. In ogni caso era un suicidio. Nella roulotte non c’era droga e non abbiamo potuto trattenerlo, anche se da allora non è più stato il boss. 
– E i figli? La bambina, quella che è scomparsa, avrà avuto dieci anni… 
Garavaglia si strinse nelle spalle. 
– Siamo arrivati. 

Riccardo non avrebbe saputo dire se era colpa della giornata, di quel freddo grigio e umido che solo gennaio sa creare o se era tutto davvero così squallido. 
Non mancavano il fango né i cumuli di macerie, con vecchi elettrodomestici lasciati ad arrugginire come ruderi di templi abbattuti. C’erano figure che camminavano, chine sotto la pioggia, ma erano rapide a eclissarsi appena vedevano le loro divise. 
La roulotte dello Zoppo era un po’ discosta dalle altre, più grande rispetto alle baracche del campo. Sola in mezzo al fango, con una bicicletta rotta appoggiata al fianco scrostato, dava un senso di isolamento. In una comunità tanto chiusa, pensò Riccardo, quello era il luogo d’esilio di un re deposto. 
Bussarono un paio di volte prima che una ragazza venisse ad aprire. 
Per un istante, Riccardo si illuse che fosse tutto così semplice, perché la giovane che aveva aperto era quasi uguale alla foto che gli aveva inviato la professoressa. Quasi, eppure non del tutto. Aveva il viso tondo e la lunga treccia nera della ragazza della fotografia, ma le piccole rughe ai lati degli occhi e qualcosa del suo contegno dimesso dicevano che non poteva avere solo sedici anni. 
– Cosa volete? – chiese la ragazza. 
– Cerchiamo Antigone, la figlia dello Zoppo – rispose Garavaglia, senza gentilezza. 
– Non è qui – replicò lei. 
– Cosa succede? – chiese una voce maschile. 
Dall’ombra che regnava all’interno della roulotte emerse un uomo.
Lo Zoppo si appoggiava a un bastone, era vestito con un vecchio giaccone macchiato, aveva capelli grigi e stopposi e guance mal rasate; teneva gli occhi socchiusi e non era chiaro se ci vedesse oppure no. Non era migliore o peggiore di tanti altri che il vice brigadiere aveva già incontrato, ma la voce era ferma. Nella sua roulotte era ancora il re. 
– Sono carabinieri, cercano Antigone – gli disse la ragazza. 
Riccardo pensò che il fatto che parlassero in italiano e non nel loro dialetto fosse in qualche modo una forma di cortesia. 
Lo Zoppo annuì. 
– Allunga la tenda, Ismene, e porta fuori tre sgabelli, così possiamo parlare. 
Cortesia o no, nella roulotte non sarebbero entrati. 

– È molto che non vedo mia figlia. A sedici anni non si è più bambini, qui. Da tempo, ormai, non abita con me. 
Lo Zoppo parlava con voce pacata, in buon italiano, seduto su uno sgabello traballante, sotto il portico improvvisato. 
– L’altra, però… – si intromise Garavaglia. 
– Il marito di Ismene è morto. Ha scelto lei di tornare a prendersi cura di me. È brutto, per un vecchio, suscitare la pietà dei propri figli. 
– E degli altri suoi figli, i maschi, cosa mi dice? 
Lo Zoppo si strinse nelle spalle. 
– Ne sapete più di me, credo – disse, con voce neutra. 
Garavaglia sbraitò. Stare fermo al freddo aveva provato la sua scarsa pazienza. – Ha perso due figli, l’altra è scomparsa, e lei non fa una piega? 
Il vecchio non si scompose. 
– Non sono il padrone dei miei figli o del loro destino – replicò. – Tutti si muore. A venti con una pistola in mano, o a settanta di tosse: cambia qualcosa? 
– Comodo dire così. Come se i suoi figli avessero avuto scelta… 
– Ne hanno avuta, al contrario di me. Fin troppa. E anche Antigone. Andava a scuola perché era lei a volerlo e nessuno glielo ha mai impedito. 
A Riccardo non sfuggì il passato. 
– E dove abitava ultimamente la ragazza? – chiese. 
– Stava con Emone, il figlio di Creonte. 
– Andremo da lui. La terremo informata – disse Riccardo. 
Lo Zoppo accennò ad un sì, anche se il carabiniere ebbe la netta impressione che non avesse alcun bisogno di ulteriori informazioni. 
Mentre si allontanava con Garavaglia, Riccardo ebbe la sensazione di essere seguito dallo sguardo dell’altra giovane, Ismene, nascosta dietro le tendine delle finestre di plastica della roulotte. Non si girò a controllare, ma ne immaginò gli occhi pieni di lacrime. 

– Li conosci, Creonte e Emone? – chiese a Garavaglia, appena si furono allontanati. 
Il brigadiere capo annuì. 
– Creonte è il nuovo boss. Era il braccio destro dello Zoppo, quando era lui al potere, ed è stato rapido a prenderne il posto. Uomo dal pugno di ferro, dicono. 
– Ed Emone? 
– So solo che è suo figlio; non ricordo espressamente di lui, questi nomi si assomigliano tutti. 

Ci misero parecchio tempo a rintracciare Emone. Nessuno nel campo voleva parlare con i carabinieri e “non so” era la risposta più ricorrente. Stando alle dichiarazioni, nessuno aveva più visto Antigone, e da almeno dieci giorni. Solo dopo molte risposte vaghe, lasciate a metà, si riuscì a rintracciare almeno il ragazzo. 
Arrivò su una moto di grossa cilindrata. Quando si tolse il casco era un adolescente dai capelli lunghi, orecchino e sorriso strafottente. 
– Sei Emone? – chiese il brigadiere capo. 
– Sì. 
– E allora per cominciare ti sequestriamo la moto. 
– Perché? 
– Perché hai diciassette anni e quella non la puoi guidare prima dei ventuno. 
– Però se sei sincero con noi magari chiudiamo un occhio – si intromise Riccardo. 
Quella dello sbirro buono e dello sbirro cattivo era una tecnica che odiava. Lui avrebbe voluto essere buono e basta, perché così sentiva di essere. Però anche Garavaglia era carogna e basta, senza alcun artificio. Quello era il motivo che portava il maresciallo a pensare che loro due lavorassero bene insieme.
Non c’era niente di costruito tra loro, a partire dalla reciproca antipatia. 
– Cerchiamo Antigone – aggiunse Riccardo. 
Erano all’ingresso del campo, in un punto tutto sommato isolato. Sempre sotto la fine pioggia di gennaio. 
– Mi ha lasciato – ringhiò il giovane, di malavoglia. 
– Perché, la picchiavi? – chiese Garavaglia. 
– Io non le picchio, le ragazze – replicò Emone. 
Mise la mano nella tasca destra del giubbotto dove Riccardo era abbastanza certo che tenesse un coltello, ma all’ultimo momento il giovane dovette considerare che davanti alle divise non era il caso, e il gesto rimase incompiuto. 
– Dov’è adesso? – chiese Garavaglia, che forse non si era accorto di nulla. 
– Non lo so. Non l’ho più vista. 
Come da copione. 
– Perché avete litigato? – chiese Riccardo. 
– Ha litigato con mio padre. 
Ecco, questo era insolito. 
Riccardo conosceva la cultura rom solo per stereotipi. Li vedeva come tanta povera gente che tirava a campare ai limiti della legalità, con qualche capo clan, come Creonte, con le mani in pasta in affari più grossi e redditizi. Un società chiusa e patriarcale dove non era neppure pensabile per una ragazza sedicenne, figlia di un boss decaduto, litigare in prima persona con l’attuale capo famiglia. 
– Perché? – chiese. 
Il ragazzo guardava verso terra. 
– Ha dato fuoco alla roulotte di suo fratello, di notte. 
– Di uno dei fratelli morti? Perché? 
– Per onorarlo. Si faceva così da noi, una volta. 
Se non fosse stato un ragazzo tanto ostinato, appoggiato alla sua moto troppo grossa, con un coltello nella tasca del giubbotto, Riccardo avrebbe detto che era sul punto di piangere. 
– Perché lo ha fatto di notte, Emone? – chiese ancora, con dolcezza. 
– Mio padre non voleva. I due fratelli di Antigone… Uno stava con noi, l’altro si è messo con un altro gruppo. 
Entrambi erano morti nella stessa sparatoria, pensò Riccardo, ma questo non voleva dire che fossero dalla stessa parte. 
– E Antigone ha dato fuoco alla roulotte del fratello che si era messo contro tuo padre – disse. 
– Sì – rispose il ragazzo, con lo sguardo sempre fisso a terra. 
– Che cosa volete da mio figlio? 
Creonte era arrivato in pompa magna, seguito da una dozzina di uomini. Era un uomo grasso, con bracciali e anelli. A Riccardo sembrava un bulldog pronto a mordere. 
– Niente, parlavamo solo – disse Garvaglia, subito mite di fronte allo spiegamento di forze. 
– È minorenne, potete parlarci solo in mia presenza. 
Era strano come conoscessero bene alcuni aspetti della legge.
– Abbiamo solo fatto conoscenza. Cercavamo la sua fidanzata, Antigone. – spiegò il brigadiere capo. 
– Se n’è andata, nessuno l’ha più vista qui. 
– Non pensavo che le ragazze, qui, avessero tutte queste libertà. 
– Non sapete niente di noi, né degli uomini né delle ragazze. E neppure vi interessa. 
– Ci hanno detto che ha dato fuoco a una roulotte. 
– E allora? Anche se fosse? Nessuno si è fatto male. Era un’isterica, cresciuta male, educata male. Meglio che se ne sia andata. 
– La roulotte era di suo fratello. 
– Un altro che era cresciuto male. 
– E che è meglio che sia morto? – si intromise Riccardo. 
– Non so. Forse – Creonte si strinse nelle spalle. – Non l’ho ammazzato io. Neppure c’ero dove si sono sparati. Si dice che l’abbia ammazzato il fratello, ma è morto pure lui. 
– E l’ha ucciso per suo ordine? – chiese ancora Riccardo, anche se sapeva che era una domanda di troppo. 
– Ce l’avete un mandato? Delle prove? – ribatté infatti Creonte. – Siete qui a cercare una ragazza. Non c’è. Cercatela pure, tanto nessuno l’ha più vista. È andata via. 
Intanto un gruppo di uomini aveva circondato Emone e lo stava scortando via. 
Mentre si allontanava, il ragazzo lanciò uno sguardo verso i carabinieri. 
Qualsiasi cosa avesse voluto dir loro, ormai non avrebbero più potuto ascoltarla. 
Riccardo e il capo brigadiere non risposero a Creonte. Non c’era molto che potessero dire. Suo figlio non aveva detto niente di compromettente e non avrebbero più potuto parlare da soli con lui. L’indagine sulla morte dei figli maschi dello Zoppo non era di loro competenza. Avrebbero fatto ancora qualche domanda in giro, ma nessuno aveva più visto Antigone.  
Qualcuno avrebbe aggiunto che l’aveva vista uscire, una mattina, sotto la pioggia, per non tornare mai.
Sarebbe bastato per arrestare l’indagine. Un fascicolo aperto per scomparsa che nessuno avrebbe più aggiornato. 
Riccardo sospirò. 
Di uomini come Creonte è pieno in mondo e non c’è certo bisogno di andarli a cercare nei campi nomadi. Ma di ragazze come Antigone, capaci di tenergli testa a sedici anni, quante ce n’erano? E dov’erano quelli che dovevano proteggerla? 

Ricardo e Garavaglia si inzupparono ancora per un po’, prima di decidere di avere abbastanza fango sulle divise. 
Mentre stavano per allontanarsi, Riccardo lanciò uno sguardo alla roulotte. 
Il vecchio era sotto il portico improvvisato, seduto sullo sgabello, con un mozzicone di sigaro in bocca e un vecchio cane accucciato ai suoi piedi. 
– Vai pure. Io torno in caserma a piedi. – disse Riccardo. 
– Sei sicuro? Non tira una bella aria per noi, qua. 
– Non preoccuparti. 

Senza aspettare di essere invitato, Riccardo si sedette su uno degli sgabelli liberi che Ismene non aveva ancora ritirato. 
Non aveva ancora capito se lo Zoppo fosse cieco o no. In ogni caso, sapeva che lui era lì. 
– Notizie di mia figlia? – chiese. 
– No. Nessuno l’ha più vista. 
Il vecchio annuì. 
– Lei però sa che cosa ne è stato – disse Riccardo. 
L’uomo rimase in silenzio a fumare. 
– Non vuole giustizia per sua figlia? – sbottò il carabiniere. 
– Sareste voi la giustizia? 
– E allora cos’è? 
Il vecchio fece un sorriso storto. 
– È appiccare un fuoco nella notte per onorare un fratello morto, credo. 
– E lei non ha fatto niente per sua figlia? 
– O per mia moglie, che si è impiccata? O per i miei figli, che si sono uccisi per contendersi quattro sacchetti di cocaina come lupi su un pezzo di carne? O per me stesso? 
Riccardo non seppe cosa ribattere. 
– Non succedono solo tra le roulotte, queste cose – continuò il vecchio. – Forse pensi che il tuo mondo sia più civile e che la giustizia porti una divisa. Forse non ci sono incendi appiccati di notte o sparatorie sul retro delle discoteche, nel tuo mondo. Ma le cose non sono così diverse. 
– No. Però Antigone avrebbe meritato di avere intorno persone migliori. 
Il vecchio abbassò il capo, ad accettare la sentenza. 
– Forse è tutto quello che possiamo fare: dare al mondo persone che ne meriterebbero di migliori. 

Riccardo si allontanò poco dopo, sotto la pioggia. 
Non avrebbe mai saputo cosa esattamente fosse accaduto ad Antigone; se Creonte davvero l’avesse uccisa per l’onta di vedere la propria autorità messa in discussione da una ragazzina, né l’avrebbe mai saputo. Davvero, si sarebbe meritata persone migliori. Qualcuno almeno in grado di andare in fondo alla sua vicenda. Riccardo aveva l’impressione che fosse una di quelle storie degne di essere ricordate, anche se era accaduta alla periferia di tutto, tra il fango e resti arrugginiti di elettrodomestici. 
In un altro luogo, in un altro tempo, o forse solo con altre persone intorno, più disposte ad accertare i fatti, la storia di Antigone non sarebbe stata dimenticata.