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Laurent Mauvignier: I Passanti. Quasi Un Trattato Sociale

Scritto da Massimo Rovati.

Ci sono romanzi che sanno farsi capire d’impatto, per alchimia.

E l’alchimia oltrepassa l’inchiostro, che in libreria non sempre ha lo stesso colore, specie in quelle dove il commesso non conosce il mestiere, e deve ricorrere al computer per orientarsi. Per costui non c’è differenza tra il consultare un catalogo di ricambi meccanici o di letteratura. A lui basta una lieve pressione sui tasti. Quand’è così saluto e passo oltre, annuso l’aria profumata di carta e affondo lo sguardo negli scaffali. 
Niente ordine alfabetico, amo scegliere a caso, prendendo una porzione di tempo per misurare l’architettura delle fantasie. Spesso vado incontro alle storie, altre volte sono loro ad avvicinarmi. 
È una striscia sfumata fra il pallore delle altre a farsi avanti. La figura in copertina è intrigante, con quegli occhi a evocare i passanti che vedono ma spesso non sanno guardare. 
Acquisto, insacco, e dieci minuti più tardi comincio la lettura, cullato dal ciondolìo cadenzato di un tram. 

Dal centro in via Meda e ritorno, più una manciata di istanti sulle panchine davanti alla Scala. Per un posapiano come me, leggere non è certo un gesto muscolare; questa volta però, in poco meno di un’ora arrivo all’ultima pagina. Capita di imbattersi in racconti che vanno oltre il racconto stesso, e costituiscono un genere a sé. 
Sono rari come le gemme tra i sassi. Quello di Laurent Mauvignier poi parla di vite che si sfiorano, che si penetrano, si scontrano, senza in realtà toccarsi mai. Anche di fronte a un atto di barbarie come una violenza fisica, sessuale. 
In un contesto dov’è più facile violare il sito della CIA che la bolla del conformismo, ci si incontra ma nessuno fa davvero caso a ciò che succede agli altri. È un mondo in cui si va a caccia di attenzioni attraverso troppi silenzi attorcigliati, con una passiva ostinazione nel fermarsi alla superficie, divisi fra la voglia di stare con se stessi e il bisogno di un feedback a priori temuto, scansato. 
Un mondo dove anche chi commette il più vile dei crimini, pensa di non essere stato altro che «due occhi fissi su di lei», strumento dell’ineluttabile. 

Uno spaccato attuale, che rievoca il peso del destino che gravava sulle creature di Simenon, il cui pathos però è accentuato da una scrittura che abolisce le convenzioni abituali, elimina gli indugi dello standard, togliendo norme per aggiungere fatti. Fatti emotivi. 
Poi assenze che premono come la presenza più ingombrante e si ascoltano ignorandosi, e hanno paura di avere paura, e pazienza se «soffocano, cercando di modellarci la vita come se fosse la loro»: sono gli unici amici d’intorno. Le uniche amiche, come Claire e Catherine, compagne di riti, di vuoti e inquietudini. 
Tormento e rimorso durano più dell’opera intera, che li sonda sino a tracciare la biografia intima di modelli del tempo recente. Un tempo duro, noto, ma per nulla rimasticato, con tutti gli ingredienti del dramma e della questione sociale. 
C’è un coesistere essenziale, a tratti fisiologico, della narrativa di confessione, colloquiale, e di una funzione spirituale del racconto, quello che passa dai nervi e arriva d’impeto, e non sai che nome gli puoi dare, e mentre ci provi ti ha fregato, conquistato, e non riesci a mollarlo più. Devi arrivarci, alla fine, anche se hai capito tutto dall’inizio.

È una questione di empatia. Lo stratagemma sta altrove, distante. Qui prevale il nodo esistenziale, la brusca verità di una «porta chiusa che ogni giorno mi dice, per te, le porte saranno sempre chiuse, e dietro c’era tutto ciò che sognavi, il calore delle risate con la tua amica, le cene tutti e tre, le serate in cui guardavate un film insieme, e invece adesso sulle sedie e il divano, sulla televisione, sui mobili, nel salotto, sulla tavola c’è quel silenzio del giorno in cui tu non hai visto niente». La verità di una storia che si narra in un minuto, ma occorre una vita per sentirne il sapore. E che Mauvignier ci consegna con un linguaggio dalle pause teatrali, con il diaframma gonfio di un’ansia buona, curiosa. Un’ansia che è attesa di un evento a metà, precario nel suo somigliare agli uomini per cui è tardi anche quand’è troppo presto per confessare le proprie solitudini. 
Un racconto che è anche un trattato sociale, senza la pedanteria di certa dottrina saggistica: nessuna complessità, anzi, una metrica accessibile a tutti. Tanto agile che a confronto la mia analisi pare astrusa, noiosa, proprio come quei saggi eruditi che ho – con rispetto – sbeffeggiato. Una storia da andare a cercare, prima che sia lei a trovare voi.

I Passanti
, di Laurent Mauvignier. Edizioni Del Vecchio, 2014