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Come ti Disintegro i Pregiudizi sulla Cina

Scritto da Laura Martignani.

Si dice che chi torna da un viaggio non sia mai la stessa persona che è partita.

Per viaggio, però, non si intende la settimana in crociera o la vacanza a Riccione. Certo, non è da escludere che anche nei due casi appena citati ci sia sempre qualcosa da imparare, da scoprire e da raccontare. Ma il viaggio è una inaspettata avventura nell’ignoto, una immersione in mare aperto, una voglia di abbattere confini, pregiudizi e luoghi comuni che fa sentire rinati in attesa del suo inizio quando se ne vive il momento, e ogni volta che ne riaffioreranno i ricordi. 
Inoltre non esiste una guida che ci illustri, passo dopo passo, come affrontare il viaggio nella maniera più giusta e piena possibile, e nemmeno chi si è spinto a compiere il giro del mondo può aiutarci a trovarla, poiché si tratta di un’esperienza intima e personale, diversa per ogni uomo. Immagina di avere sedici anni, di vivere una vita normale e un po’ monotona in un piccolo borgo di campagna, di andare a scuola ogni giorno e di essere un adolescente riservato, a volte timido, con la testa piena di sogni e una grande passione: quella per le lingue. Un giorno ti parlano della possibilità di frequentare l’intero quarto anno in un Paese straniero. L’idea inizia a ronzarti per la testa, cominci a valutare i pro e i contro di una tale esperienza, e subito pensi che, studiando cinese ormai da tre anni, trascorrere un anno nel Chung-kuo1 ti renderebbe finalmente un fenomeno nei simboli.
Sbagliato. «Non si parte con l’unico scopo di imparare la lingua, bensì con la curiosità di scoprire una nuova cultura», ti ripetono fino allo sfinimento. Tu sorridi e annuisci, per nulla convinto di quell’affermazione, che ti appare invece come una di quelle banali frasi fatte sul viaggio. Ad ogni modo, prendi appuntamento all’ufficio passaporti, ti metti in contatto con la famiglia che ti sta già aspettando dall’altra parte del globo, invii foto alla tua futura “cugina” cinese e cerchi di vivere al meglio gli ultimi mesi che ti restano, a casa, come se ti attendesse la discesa negli inferi. L’ultima serata con gli amici, l’ultima pizza, l’ultima nottata nel tuo caro letto e l’ultimo abbraccio ai genitori. 

A questo punto, con l’età acerba, la riservatezza che ti contraddistingue, un dizionario di cinese sotto il braccio ed una stima di circa sessanta chili di valigie, sei pronto per salire sull’aereo più grande che tu abbia mai visto. Mentre guardi un film sperando invano che quelle tredici ore di volo possano esaurirsi nell’una e mezza della drammatica commedia che stai fingendo di seguire, inizi a realizzare che non è uno scherzo, che quel pomeriggio non tornerai a casa a mangiarti un bel piatto di pasta dopo un’estenuante giornata di scuola, ma dovrai affrontare prove che, per ora, su quel comodissimo aereo non riesci proprio ad immaginare. 
Quando metti piede in terra cinese, o anche solo la punta di un dito, vieni travolto da un odore che resterà impresso nei ricordi, di cui negli anni a venire cercherai di raccontare senza mai trovare le parole giuste, e ti viene il sospetto che il pilota dell’aereo si chiamasse davvero Caronte. Subito ti compare nella mente l’immagine di quelle mascherine che hai sempre visto indossate dagli asiatici nei telegiornali, e pensi che diventerà la tua migliore amica per i prossimi dieci mesi. Ma non c’è tempo per pensare: già ti sei perso nell’aeroporto di Pechino, che supera per superficie e numero di “abitanti” il tuo gioioso e profumato paesino di campagna. 

La prima sera in un hotel della capitale è traumatica: gli altri ragazzi che, come te, tra due giorni verranno smistati in diverse città cinesi, si divertono, fanno amicizia, sono eccitati per ciò che li aspetta. Tu invece ti chiudi nella stanza a piangere perché non hai mangiato praticamente nulla se non una ciotola di riso bianco scondito, e sei convinto che sarà la tua prospettiva per i prossimi mesi; non riesci a comunicare con l’Italia; la prima nottata è tanto drammatica che non potrai mai resistere per un intero anno – per giunta scolastico. 
Il terzo giorno, nelle sette ore di pullman che portano verso la tua futura città, conosci gli italiani che condivideranno con te il dormitorio, la classe e l’esperienza. Pensi che in qualche modo dovrai andarci d’accordo, e per fortuna fin da subito si mostrano simpatici e socievoli, ciò di cui hai bisogno insomma. In una serata di pioggia scrosciante, arrivi a Shijiazhuang, tredici milioni di abitanti, un “piccolo paese” lo definiranno poi i cinesi. Conosci il professore che insegnerà la lingua dei simboli a te, agli altri sette italiani e a una ventina di thailandesi; vieni a sapere che con una di queste venti condividerai la tua stanza, che ti sembra così spoglia e triste da non far patire la malinconia di due sere prima. E poi, dopo qualche chiacchiera di presentazione davanti a un enorme piatto di noodles con carne e alghe, puoi finalmente sdraiarti sul piano di legno che ti hanno spacciato per letto, ti fai un pianto liberatorio sotto le coperte e ti addormenti con la convinzione di aver preso la decisione più deludente della tua vita. La mattina seguente apri gli occhi e trovi la thailandese già pronta per uscire, vorresti cadere in un sonno profondo, invece ti alzi e vai incontro alla nuova esperienza. 

L’impatto con la cultura è fortissimo: è un’avventura che travolge da subito, tra una crisi di pianto e l’eccitazione.
Anche se contro la tua volontà, ti spinge a dare tutto te stesso, a costruire le basi per le giornate a venire, a sperimentare qualcosa di nuovo ogni giorno. Raccogli allora ogni briciola di buona volontà e vai a comprare l’occorrente per rendere la stanza vivibile, per mettere un po’ di te in quel dormitorio in cui vivrai durante la settimana e da cui ti allontanerai solo nel weekend, da trascorrere in famiglia. 
E la lingua? Bastano pochi secondi alla cassa del supermercato per capire che i tre anni di studio del cinese sono andati in fumo: forse per l’emozione, forse perché lo smog ti è entrato anche nel cervello, ma ti rendi conto di non saper nemmeno capire la cifra numerica che la cassiera ti dice rapida, pur con lo sguardo stupito e alquanto curioso. Non si vedono tanti occidentali nelle “piccole città” della Cina. Devi abituarti sin dal primo giorno a uomini, donne, bambini e anziani dagli occhi a mandorla, che, qualunque cosa stiano facendo in quel momento, alla vista di un occidentale si fermano, prendono lo smartphone e ti scattano una ventina di foto con tanto di flash, da postare su WeChat (un po’ il nostro WhatsApp, per intenderci). Certo, un’abitudine non così dura da accettare, anzi forse uno degli aspetti che dà maggiori soddisfazioni, insieme agli autografi che chiedono e alle ispezioni del tuo grande naso e delle folte sopracciglia, che tanto amano.

In questo comico e surreale frullo di eventi, tra un primo pranzo in mensa da dimenticare, e folle di studenti cinesi in divise lilla, tra giornate di scuola dalle otto del mattino alle otto di sera, ed i primi approcci con la gente del quartiere, dimentichi che non hai ancora un numero cinese e nemmeno un wi-fi nel dormitorio, quindi scordi di deprimerti sotto le coperte prima di dormire, e non ti passa più per la testa l’idea di interrompere l’avventura, perché ormai è ricolma di centinaia di caratteri cinesi da sapere per il dettato della mattina dopo. Solo una cosa, tu e i tuoi compagni italiani, non riuscite proprio ad accettare: l’assenza di libertà. La libertà di stare una mezz’ora nel cortile del dormitorio a parlare, la libertà per le femmine di andare negli appartamenti dei ragazzi e viceversa, o quella di non andare a scuola quando si è malati. Sono privazioni difficili da comprendere per uno studente occidentale, che cerca di convincere il professore cinese ad essere meno duro. Per quest’ultimo, d’altronde, è complicato vedere la situazione da un altro punto di vista.
La normalità, per il docente, è trovare l’aula completa dei suoi sessanta ragazzi alle 7:30 del mattino, e senza concedere ritardi; la normalità è insegnare fino alle 22, con dieci minuti di pausa alla fine d’ogni ora e il pranzo e la cena in mensa. È la norma pure chiedere il massimo silenzio durante la lezione, il massimo rispetto. Qualcosa di impensabile, da noi.  
Il docente cinese e lo studente italiano sono del tutto discordi sul concetto di vita scolastica, il quale origina dissapori e tensioni in aula. 

A fine settimana ti rendi conto d’aver passato la settimana tra dormitorio e college, che sono l’uno di fronte all’altro, e che della metropoli conosci soltanto una strada. Ma è tempo del grande incontro, quello con la famiglia cinese, tanto atteso quanto temuto. Quando i tuoi host parents – ossia madre e padre ospitanti – e una delle due figlie si presentano, sono sorridenti e ti mettono subito a tuo agio. Sia chiaro: non capiresti una parola di quello che dicono, se non fosse che la mamma insegna inglese alle scuole elementari ed è la prima cinese che incontri che non sappia solo dire «hello», e tiene pure una pronuncia british! Dopo qualche minuto in cui conversi allegramente con quella graziosa donna cinese che assomiglia, d’aspetto, alla tua madre italiana, arrivi a casa e conosci l’altra sorellina: neppure un anno di età. E un po’ per la sua straordinaria dolcezza, un po’ perché (come te) non sa ancora parlare il cinese, te ne innamori subito dopo averla presa in braccio. 
Finalmente, la sera vai a dormire col sorriso stampato in faccia, perché ti sei sentito a casa e sai per certo che non vorresti essere in nessun altro luogo. Nel primo impatto sei costretto a parlare solo con la madre, che a sua volta traduce agli altri membri della famiglia, però scopri il vero cibo cinese, conosci i nonni, gli zii e le cugine, e metti insieme le prime frasi complete. Nei fine settimana a seguire metti piano piano da parte la timidezza, e inizi a farti conoscere per ciò che sei dando una mano in cucina, giocando con le sorelline e conquistando di volta in volta la fiducia degli ospitanti. Che non vogliono mostrarlo troppo, ma si preoccupano per te e fanno fatica a lasciarti uscire con i tuoi amici, quindi le prime volte si offrono di portarti in centro e di venirti a prendere. Ma, capendo presto di potersi fidare, ti spiegano su quali autobus salire e ti consegnano le chiavi di casa. 
Quando, la domenica sera, torni in dormitorio e trovi gli altri italiani ad aspettarti è sempre una gioia, perché senti di essere nella tua comfort zone, ma quando anche insieme alla famiglia ti senti al posto giusto, capisci di aver raggiunto un gradino più alto. Indubbiamente devi essere in grado di superare le difficoltà quotidiane presenti in qualunque nucleo familiare; non è facile indovinare ciò a cui pensa un cinese mentre ti parla (del resto, è forse facile farlo anche dove sei nato?), ma i segni e i pensieri si traducono vivendoci a contatto. La famiglia ospitante poi, acconsentirà a quasi tutte le tue richieste, se realizzabili, pur restandone turbata. Non lascerà trasparire nulla, se non una sottile, fine espressione di dissenso, difficile da intuire. Dunque sta a te decidere se porre loro la questione o se aspettare, guadagnando un altro pezzetto della loro fiducia. Oppure saranno loro a darti il permesso, senza che tu lo debba chiedere. 

Sarà che i bambini fanno fatica a nascondere le proprie emozioni, però arriva un momento in cui la sorella undicenne inizia a guardarti male, a risponderti in modo sgarbato, a non sforzarsi di parlare inglese per comunicare con te, e lì capisci che c’è qualche problema da risolvere. Inizi quindi a passare più tempo con lei e meno con la sorellina più piccola, le insegni le prime parole in italiano, la aiuti a studiare, dormi con lei quando te lo chiede e la accompagni al parco a giocare. Pian piano riesci a riacquistare la sua fiducia e a guadagnare il suo affetto, che ti dimostra regalando caramelle di ritorno da scuola. In certi momenti avverti il bisogno di un abbraccio di mamma o del consiglio saggio di tuo padre, ma per qualunque effusione mai fare riferimento agli host parents: devi attendere il tuo ritorno al dormitorio per goderti il calore italiano. Il contatto fisico tra familiari è raro ed è un aspetto che fa riflettere, ma è anch’esso l’ennesimo spunto di confronto. Noi più affabili, espansivi, loro più sostenuti (anche qui: non che fossimo diversi, ai tempi dei bisnonni, quando si dava del «lei» anche al nonno). Ti abitui e impari ad apprezzare un modo diverso di educare i figli.  
La vita scolastica, intanto, procede con qualche intoppo. Gli stessi incontrati i primi giorni, che ora si sono ingigantiti, portando studenti e insegnanti al compromesso, primo fra tutti il tanto ambito spazio di libertà nel cortile del dormitorio. Ma come resistere alle ore di lezione serale, specie se al termine ti obbligano a fare ritorno in dormitorio, femmine con femmine, maschi con maschi. Se ci aggiungi poi la sveglia umana della ayi (“zia” letteralmente, ma di fatto la signora che controlla i ragazzi stranieri nella struttura), con le sue urla all’alba a ricordare di portare fuori la spazzatura e di fare il letto secondo il metodo da lei impartito, inizi a pensare che c’è in agguato l’esaurimento nervoso. In realtà, a ripensarci più tardi, quei ritmi inusuali, quegli usi un po’ da caserma e un po’ da colonia anni Cinquanta, sono i ricordi più belli.

Intanto i mesi passano, i caratteri cinesi che sei riuscito a imparare aumentano ogni giorno, e puoi finalmente dialogare con tutti, allargare la cerchia dei contatti e fare amicizia con gli studenti cinesi. Quando sentono un occidentale parlare bene la loro lingua rimangono sbalorditi e vogliono dimostrartelo in tutti i modi attirando la tua attenzione, chiedendoti il numero di Wechat, offrendoti qualche merendina durante la lezione. Passando le loro giornate nell’ambiente scolastico non sono tanti gli ambiti su cui sviluppare un dialogo, ma mostrano comunque grande interesse per la cultura italiana, fanno domande e vogliono saperne di più. È un continuo scambio di idee e sensazioni che arricchisce e fa riflettere.
Realizzi, inoltre, che l’esperienza è squisitamente reciproca. Pare una banalità, eppure capisci di aver fatto uno sforzo che non è tale; si tratta invece di un avvicinamento, di una conquista interiore, e niente c’è di più prezioso. Così, mentre tu portavi a casa un pezzo di Cina, i tuoi
host parents ti rubavano un pezzetto di Italia, ed insieme mescolavate sfumature diverse di culture a creare il colore caldo e commovente della condivisione.

* Chung-kuo è l’antico nome della Cina, e letteralmente vuol dire “Stato centrale”: in realtà il termine, la cui origine si perde nella notte dei tempi, designava i possedimenti del sovrano, circondati da quelli dei feudatari.

** Photo: Union symbol – The Master of Nets Garden, Suzhou.

Comments

avatar giulio salvi
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articolo molto bello, una testimonianza in prima persona. e poi è veritiero: ci sono stato anch'io e ho avuto modo di toccare con mano che colti pregiudizi sono falsi, puri stereotipi. perfino quello sul mito del riso: se pensate che la cina, in questo, sia troppo hardcore, andate a fare un giro in lomellina!
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avatar Alessandra
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Eh, io ci abito, vicino alla Lomellina: come ti do ragione! Comunque alla Cina basta avvicinarsi anche solo con la mente e ne resti affascinato. Chiaro che i problemi non mancano. Inquinamento, distruzione dei templi e delle architetture della tradizione per fare posto ai grattacieli senza senso, il sovraffollament o continuo e la perforazione e l'abbattimento delle montagne, l'avvelenamento dei fiumi: cose che purtroppo abbiamo già visto e vediamo tutti i giorni dalle nostre parti, eppure qui fingiamo che tutto vada bene. Come dice Laura (a cui faccio i complimenti) la Cina è anche difficile da conoscere: ce ne sono tante, una dentro l'altra, o complementari, e per capire qual è il suo vero volto non bisogna far altro che andare là e viverlo.
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avatar chiara barocelli
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mi è piaciuta la parte sugli spazi, il discorso è fondato: una delle cose che più colpiscono il visitatore straniero in senso figurato e in senso fisico è che il cinese ha una diversa concezione dello spazio, nel senso che lo intende come spazio privato. per non dire dei pasti: sono riti di condivisione.
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avatar Laura Martignani
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Verissimo! I tavoli rigorosamente rotondi, con decine di piatti al centro, da condividere tra tutti i commensali, sono quasi un rito per i cinesi. E' raro che qualcuno ordini una pietanza solo per sé. Poi il brindisi con il baijiu, l'alcolico cinese per eccellenza, è d'obbligo almeno 5 volte per pasto, nelle occasioni speciali. Ricordo le cene in famiglia con tanta nostalgia: tv sempre spenta, ci si raccontava la propria giornata a vicenda e si condividevano le ciotole ricche di cibi squisiti. Per niente scontato tutto ciò.
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avatar chiara barocelli
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ringrazio per la gentilezza della risposta e dico sì, sanno ancora cos'è il valore di un colloquio, ne sanno gustare l'atmosfera e favorire il clima di socialità. è una cosa che da noi è quasi perduta: genitori con lo smartphone sotto il naso, figli con l'i-Pod e la tivù sempre accesa: l'incubo orwelliano. per noi, insomma, non è più nulla di scontato, eppure quella dovrebbe essere la realtà 'sana' di una forma qualunque di famiglia. se non ci si ascolta e si condivide il rito della crescita in famiglia, non lo di fa certo sui social.
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avatar mino esposito
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fosse così qui, nello stivale! lo era ai tempi di mio nonno, di mio padre... poi stop. tutti chiusi nei loro buchi con tv e internet sempre accesi. non dialoghiamo più, è anche per questo che la civiltà si sposta altrove. purtroppo lo sbandamento sembra irreversibile.
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avatar Massimiliano F.
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Verissimo. La Cina è un Paese lontano, difficile da raccontare e ancora più da vivere... specialmente per chi, come noi, da sempre "occidentali" pieni di pregiudizi, lo vede attraverso la lente distorta della tivù, dei libri e soprattutto dei film. Bello, un racconto di vita avvincente e che, una volta tanto, affronta la tematica non solo con il semplice occhio del turista, ma con la pertinenza e la schiettezza di chi ha dovuto affrontare ciò che chi va a fare una scampagnata non ha modo di affrontare. Grazie all'autrice.
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avatar l'antisilvio
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sono d'accordo. però occhio ragazzi, non ci si faccia trarre in inganno dalla retorica comunista: oggi l'hobby più diffuso, in larga parte della cina, è fare soldi. infatti, pur nella sua dolcezza - e apparente ingenuità - questa cronaca della dott.ssa martignani lo prova: poi se l'idea di Pechino ruota attorno all'immagine di rivoluzionari maoisti vestiti con tuniche abbottonate sul davanti che fanno ginnastica in piazza Tiananmen, archiviatela: la città (e la maggior parte della cina) del III millennio sono dure a morire nelle tradizioni, ma forti nello sguardo sul futuro. che, va detto, tra pochi anni parlerà cinese.
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avatar Laura Martignani
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Sono d'accordo. Pechino è l'esempio più lampante di contrasto tra modernità e tradizione. I ritmi frenetici tra le antichissime strade della città, i palazzi millenari e gli edifici dallo stile minimal. Tiananmen resiste in tutta la sua maestosità, ma intanto la capitale cinese si è aggiornata e porta in sé l'idea del futuro.
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avatar daniela di capua
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che splendida sensibilità. chiunque sia laura martignani mi ha portato in cina con sé. questo si dovrebbe fare tutte le volte che si torna da un viaggio: raccontare cosa si è provato più ancora di quello che si è visto.
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avatar Laura Martignani
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Felice di essere riuscita in questo intento. Sono convinta che un viaggio possa chiamarsi tale solo quando, dopo averlo vissuto, lo si racconta. A se stessi, al proprio diario o agli altri. L'importante è mettere su carta ogni dettaglio, emozione dopo emozione, per continuare a viverlo all'infinito.
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avatar Laura Martignani
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Grazie per averne apprezzato la schiettezza, necessaria quando si parla di Cina, che si impara a conoscere solo essendone a stretto contatto. L'esperienza da turista dev'essere magica, ma l'avventura di chi la vive abitandoci non finisce mai di stupire. Anche dopo anni certi aneddoti, dettagli, episodi non svaniranno mai dalla memoria.
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avatar eleonora benetti
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la cina è un mondo dentro il nostro mondo. a pensarci, molto della storia e delle scoperte che poi noi abbiamo rivendicato sono nate laggiù. hanno un patrimonio di tradizione immenso, che purtroppo stanno disintegrando, ma hanno ancora una grande ricchezza di folklore e in ogni angolo c'è qualcosa da vedere. in ogni angolo c'è qualcosa per cui rimanere stupiti, in ogni strada c'è qualcuno a cui vorremmo fare milioni di domande e spesso è lui a guardare noi e ad avere lo stesso istinto. ecco, questo articolo parla con un linguaggio semplice di tutto ciò. le scene nella scuola mi hanno ricordato i racconti che faceva mia nonna degli anni cinquanta, quando anche da noi vigevano il rispetto, il silenzio, l'ordine ........ con la differenza che da noi gli orari erano diversi, le dinamiche meno squadriste ..... e le mense, pessime uguali :)
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avatar luca de gennaro
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ah ah ah, grande brano questo, lungo e piacevole, ma avete ragione tutte e due. sia laura, che narra un capitolo di incertezze, dubbi, turbamenti, imbarazzi, timidezze, scontri, affinità alfine trovate e nostalgie di ciò che è stato e che potrebbe di nuovo essere, ma anche lei, eleonora. sia nell'ironia che non.
una stupenda interpretazione: quante possibilità avremmo per conoscere e quindi per conoscerci! io voto per un bis: se la giornalista è in ascolto, mi sa che non sarei l'unico a voler leggere ancora qualcosa del genere!!!!
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avatar Laura Martignani
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Quella della Cina è un'esperienza che amo raccontare sempre, a chi conosco, a chi ne vuole sapere di più e a chi ascolta con diffidenza. E poi amo raccontarla a me, perché scrivendone riesco a scoprirne dettagli ancora mai svelati, e attraverso la riflessione riesco a sentirmi ancora parte di quel popolo. Quindi: to be continued!
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avatar Federico
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Uno spaccato di vita carinissimo, grazie per averlo pubblicato. E' capitato anche a me di incontrare qualcuno che ci dice "hello" e mi guarda con curiosità. In Cina la gente smania di sapere e di chiederci tante cose su com'è la vita occidentale, da dove veniamo, che lavoro facciamo, quanti anni abbiamo. Cercano di capire ma tengono un contegno solenne che per me NON E' FREDDEZZA MA GRAZIA, CORTESIA, quella che tanti paladini del cafonal, dalle ns. parti, hanno perso da un paio di decenni. La lettura comunque fa venire voglia di partire subito per l'estremo oriente.
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avatar Laura Martignani
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D'accordissimo. Sanno sempre, con la loro cortesia, farti sentire ascoltato. La loro pura curiosità la si scova nei loro occhi. Non scherzo quando dico che un viaggio in Cina è perfetto per chi ha problemi di autostima e per chi, come succede anche a me, non si sente talvolta ascoltato.
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avatar giuliana gavioli
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che tenerezza la parte delle coccole alla sorellina più piccola.
non c'è parte del mondo nella quale l'infanzia abbia il volto di un incantesimo di natura, e quelle dinamiche riempiono il cuore di tutti i popoli. come sarebbe facile essere uniti, concordi, ricchi della condivisione di cui parla l'articolo.
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avatar Pandolfi A.
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mozzafiato. un articolo mozzafiato. le cose vissute in prima persona hanno un trasporto eccezionale. in più ha ragione: la cina è un luogo dove si lascia una parte del cuore e dove è bello cogliere la prima occasione per ritornare a lasciarne un altro pezzo.
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avatar Laura Martignani
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Grazie di cuore. Aspetto la prossima occasione per salire un'altra volta su quell'aereo e lasciarmi stupire da una Cina sempre nuova.
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avatar Laura Galli
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Quella degli host parents è una fortuna ballerina. Io sono capitata male due volte e bene altrettante. Non so in Cina, ma da come se ne parla quel tipo di approccio al rapporto è tra i miei ideali. Inoltre dove dice: "Noi più affabili, espansivi, loro più sostenuti (anche qui: non che fossimo diversi, ai tempi dei bisnonni, quando si dava del «lei» anche al nonno). Ti abitui e impari ad apprezzare un modo diverso di educare i figli" fa del puro vangelo. Dovremmo ritornare a quelle sane abitudini.

Uno spunto davvero interessante. Ci sarà un seguito?
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avatar Laura Martignani
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Sì, ci sarà un seguito, e uno degli spunti da cui continuare potrebbe proprio essere quello degli host parents. Ammetto di essere stata molto fortunata, per alcuni miei compagni di avventura non è andata così bene. Non è sempre facile, poi, capire una mentalità e abituarsi ad uno stile di vita così diversi. In generale, però, l'approccio con i cinesi è sempre molto graduale, una sfida continua alla conquista della loro fiducia.
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avatar massimiliano
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una lezione su come le differenze siano ciò che veramente ci può unire.
grazie.
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avatar rebecca zanelli
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eccome! là sei circondato da un miliardo e quattro di persone, eppure ci sono momenti nei quali riesci a sentirti solo, fuori dal tuo habitat. proprio per questo si impara a lavorare meglio su se stessi, si apprende il valore della pazienza, del raccoglimento e al tempo stesso si perdono le inibizioni della timidezza che sono tra le prime cause della differenza caratteriale (non fanno aprire verso l'altro).
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avatar G. Lavezzi
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Che articolo avvincente. Si sente che è frutto di una di quelle avventure che segnano. Evviva queste operazioni. Avrei una domanda per la scrittrice: si è spostata in un villaggio rurale? ha visto la differenza coi pilastri anonimi dei grattacieli senza personalità che, malgrado tutto, condizionano l'esistenza del popolo che opprimono? Ci sono case diroccate e poi questi mostri di cemento con sopra le pubblicità di Fendi, di Louis Vuitton. Quant'è ipocrita tutto questo, in un Paese che si candida ad essere la guida dell'economia (e forse della civiltà) mondiale in futuro, un Paese che dice di essere comunista? Ha avuto modo di discuterne coi locali o di interrogarsi in proposito?
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avatar Laura Martignani
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Durante le vacanze, le famiglie cinesi si spostano nei villaggi rurali per trascorrere qualche giorno con i nonni. Purtroppo o per fortuna, però, i genitori della mia mamma ospitante vivono nel palazzo di fronte, mentre quelli di mio padre ospitante poco fuori dalla città. Dunque non ho avuto la fortuna (a parer mio) di spostarmi in un villaggio rurale e vedere con i miei occhi realtà molto distanti da quelle che ci vengono mostrate quando si parla di "Cina Paese del futuro". Per quanto riguarda la politica, per cinesi è un tema tabù, meno se ne parla meglio è. Ma allo stesso tempo non rinunciano mai a mostrare tutta la loro fede, perché di questo si può parlare, verso coloro che li hanno governati o che oggi li governano. Primo tra tutti, Mao ZeDong.
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avatar Michele Balestra
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Questa cosa delle merendine stigmatizza bene un mood che non abbiamo più - e non abbiamo mai avuto, nell'ultimo secolo_ offrire qualcosa per creare unione, per creare magia, legame. Saranno anche duri, i cinesi, ma in è nelle piccole cose che si vedono i grandi animi; è nell'offrire una cosa che si ha per sé e dividerla che quella cosa si moltiplica insieme al piacere di averla condivisa. Grazie per il contributo, questo scritto tra l'altro è letteratura odeporica!
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avatar Silvana
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L'avevo pensato anch'io, è letteratura odeporica. Non è una cosa alla Chatwin e nemmeno alla Marco Polo, però raccontata così fa sentire il buono che c'era negli animi della protagonista italiana, dei compagni di viaggio e delle persone incontrate laggiù. Sarebbe carino poter leggere altre sensazioni dell'autrice e delle varie figure: dicono più idi mille descrizioni del luogo.
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avatar sandro la cava
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eh sì .. e poi la cina è un antidoto alla noia. già il dominio dei contrasti lo fa un paese unico e a ogni angolo di strada una sorpresa, bela o brutta, senza sosta. studiarci come dice la reporter non deve essere una delizia ma è la terra della alterità, a partire dalla lingua. per non parlare delle montagne carsiche che si stagliano tra le nebbie del fiume Li, o il verde azzurro vertiginoso delle risaie del Dos du Dragon .. china blues!
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avatar Laura Martignani
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Non mancheranno altre riflessioni e sensazioni di questo mio lungo viaggio, che ancora oggi continua. In me e nei miei compagni di avventura non sono mai mancati l'entusiasmo e la voglia di conoscere. Appena avevamo qualche giorno di vacanza, ne abbiamo sempre approfittato per scoprire nuove regioni o città, di cui sicuramente voglio raccontare molto presto.
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avatar Nicoletta Prestifilippo
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Coraggiosa e bella in ogni virgola. Vorrei seguire le tue impronte, e non potendo, spero di leggere ancora di quel viaggio, e anche di altri: piccoli o grandi, vicini e lontani.
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avatar Mariano Benzi
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È dai tempi di Antonioni che non sento più il termine Chung-kuo. Onore a chi l'ha riproposto, la cultura classica dell'Oriente e di ogni Occidente possibile ne è lieta. Tutto il memorial, poi, è eccezionale, vibra di una tensione ancora forte e salda nonostante il tempo trascorso.
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avatar betta
+1
 
 
grande lavoro, complimentssimi alla giornalista. non oso pensare allo scoglio della lingua, che sentita e parlata là è tutta diversa da quella che insegnano. a shanghai per esempio è una delle barriere più grosse perché loro parlano anche molto veloce. chissà lo straniamento generale anche della famiglia ospitante ma alla fine sono esempi di integrazione sebbene temporanei, comunque formativi. ognuno lascia una fetta di cuore e di mente e alla fine andiamo per il mondo con le nostre cento vite vissute viaggiando.
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avatar Lucio Beltrametti
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La Cina somiglia all'Italia in una cosa: sono le due terre del mondo cosiddetto sviluppato (parola grossa, nel nostro caso) nelle quali tutto è possibile ma niente è semplice. Questa cronaca lo chiarisce ancora di più.
Non siamo inconciliabili, anzi siamo più simili di quanto si pensi: il governo cinese fa di tutto per rinnegare e cancellare un passato colossale ma il popolo resta com'è, generoso, gentile e rispettoso; da noi succede uguale, il governo cancella per incompetenza, poi tenta di ricostruire (male, o solo a chiacchiere, sempre per incompetenza) e gli italiani rimangono quelli del neorealismo.
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avatar roberto verri
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a dire il vero il titolo è una dichiarazione di guerra: fa capire perfino prima di arrivare a fine lettura che tutti i pregiudizi sono da eliminare. peccato che fanno parte degli uomini, vengono dalla tradizione e se un tempo, nel folklore erano radicati solo attraverso forme di 'sapienza' popolare dovute a suggestione, brevi esperienze e quindi a parzialità di basi, oggi invece son dovute a due cose molto più pericolose: semplificazione e strumentalità. lavori come quello presentato qui sono balsamo sulle ferite di chi patisce, ahilui, il male del pregiudizio e andrebbero presi a modello dalla società e dalla politica.
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avatar M. Elena Giacchero
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Bè, in effetti quello della Cina è un mondo tutto diverso rispetto a ciò che vediamo o che crediamo di sapere, un mondo distante dal nostro. Non dico un modello o almeno non per tante cose, ma è lo stesso una realtà che ha molto da insegnare e da mostrare, ricca e avanzata in vari settori; per di più è l’unico mondo, forse, che si è dato autonomia senza influenze occidentali fino alle soglie del XVIII secolo, e che anche oggi - copiature e influssi a parte - è in grado di restare autonomo. Sarei curiosa di sapere, su questa particolarità, cosa ne pensa chi ha scritto questa lunga (e bella) ricostruzione.
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