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Il Puer Aeternus e il Senso del Quasi

Scritto da Giulia Maccallini.

Carl Gustav Jung è considerato il padre della psicologia analitica.

È stato allievo di Freud, ne ha appreso tutta la teoria e le tecniche della psicanalisi, ma ad un certo punto, insoddisfatto del metodo, si è allontanato dal suo maestro. Le spiegazioni fornite dalla teoria di Freud non gli sembrano più sufficienti, e ha intrapreso una nuova strada di studi psicologici. Ha fondato, pertanto, la psicologia analitica, che della psicanalisi conserva solo alcuni capisaldi, uno su tutti la teoria dell’inconscio. Tale teoria è la base anche della psicologia junghiana, tuttavia viene sviluppata in un modo diverso rispetto a quella di Freud. Jung divide l’inconscio in personale e collettivo: in quello personale vi sono la storia del singolo individuo (sostanzialmente lo stesso inconscio della psicanalisi), mentre nell’inconscio collettivo si trovano le conoscenze archetipiche: la base filogenetica dell’uomo. Impossibile prescindere da questo dualismo di visione, in primo luogo perché fa parte della realtà degli uomini, e poi perché dalla fine del Medioevo ad oggi la storia dei Paesi occidentali è la storia del pieno emergere dell’individuo.
Si tratta di un processo cominciato col Rinascimento, e che da alcuni decenni pare giunto al suo culmine. Ci sono voluti quattro secoli per abbattere il buio di costrizioni e pregiudizi, ma se l’uomo è cresciuto in certi aspetti, sviluppandosi a livello mentale ed emotivo, e condivide i traguardi doppiati dalla civiltà in misura mai sperata, anche lo sfasamento tra la libertà dai vincoli arcani e la libertà di movimento dentro di essi – e dentro il tessuto sociale – si è ampliato.

Il secondo inconscio che Jung considera spiega quel retaggio ma anche la ragione per cui, in diverse culture, si trovino le stesse tematiche ricorrenti. Come sarebbe possibile, altrimenti, che popoli tanto lontani tra loro quali gli eschimesi, gli africani, gli asiatici e gli europei, abbiano in comune leggende che parlano di uccisioni di draghi e di magia, di principi crudeli e boriosi, o di re giusti e saggi?
Jung illustra tutto ciò con l’idea degli archetipi (letteralmente, marchio originale) delle strutture strutturanti, che danno un senso a quanto accade nella vita, agli spazi in cui inseriamo le esperienze, alla nascita, la morte, le crisi e le rotture sentimentali. E gli archetipi sono moltissimi, tanti quante le situazioni che affrontiamo nel corso degli anni: la grande madre, l’ombra, l’anima, il vecchio saggio. Un archetipo simpatico e che risveglia le menti assonnate di molti, vuoi per coda di paglia vuoi per scampanellio di un “qualcosa che conosco”, è quello del puer aeternus, l’eterno ragazzino. Il mai cresciuto Peter Pan. Quanti ne abbiamo conosciuti nella vita? Il nostro tempo ne è colmo, e attraverso di essi parla, ci narra le sue chimiche interiori fatte di incompletezza, di incapacità di accettare in modo equilibrato il distacco da ciò che è l’affetto originario – la madre – e il carico emotivo della nostalgia. L’esistenza gli presenta il conto di eventi e fatti che vanno oltre la sua scorta di idee organizzate, e che non riesce a mettere in ordine in una forma ragionevole ed ovvia.

Tutto, per un puer aeternus, ha il senso provvisorio della mancanza, di un “quasi” che è un misto duro e nel contempo accattivante di ricerca, di spietata analisi del mondo e di autoanalisi, nelle quali esplora un sé delicato e resistente, che non vuole saperne di rinunciare al cordone ombelicale. Un quasi che non evoca buie prospettive, né luttuosi scenari di disperazione, ma lavora in maniera incessante attorno al complesso della carenza, mossa da una insopprimibile sete di appigli, una ricerca umana fiduciosamente illogica. È una sfida alla natura, quel “quasi”, che rimanda alle origini della curiosità fanciulla, del bisogno. È una sfida, però, che non significa abdicazione dalla ragione, in favore di nuove e più effimere forme di aspettativa; è invece una conditio sine qua non, una soddisfacente filosofia della mancanza grazie a cui nutrire il motore che spinge ad esplorare con rinnovata energia ciò che per altri è già noto, esplorato, saccheggiato.
È un quasi, insomma, che regola e conserva i cotiledoni della fertilità. D’altra parte, esso è l’unico sistema per evitare la solitudine e l’ansietà, il solo che sia produttivo e non sfoci in un conflitto insolubile e tenga il soggetto connesso al mondo senza eliminarne o soffocarne l’individualità. Quel quasi, la cui più nitida espressione è l’amore per il vivere, ha le radici nella forza dell’inconscio, ed è soggetto ai medesimi limiti che incontra la crescita dell’io. Per Jung l’archetipo del puer aeternus è il soffio vitale dell’esistenza, l’amore incondizionato per la vita in ogni sua forma, la capacità e la volontà di rinnovarsi di continuo senza mai stare fermi nello stesso punto. Quando qualcosa finisce è solo perché qualcosa di nuovo inizia; il puer è sconosciuto e tuttavia quasi divino, nel senso di divenire: non è fermo ma in continuo mutamento.
Porta con sé, ed è inevitabile, una forte dose di inconsistenza, labilità, inconcludenza, proprio perché ha difficoltà a staccarsi dalla matrice originaria e quindi trovare il suo posto nel mondo. È il simbolo della nostalgia e del desiderio che non trova mai sfogo, perché non raggiunge la figura desiderata, rimanendovi congiunto. È la metafora della colomba che indossa i simboli della pace e della resistenza armata. 

Il puer aeternus non riesce a strutturarsi una identità stabile perché, passato lo slancio iniziale della novità, si ricorda che c’è stato un momento in cui tutto gli è stato offerto in dono – l’infanzia – e tenta di ritornare a quel periodo. Cerca una compagna materna, che ricrei il climax della madre che protegge dai pericoli del mondo, quel mondo in cui il puer non vuole calarsi. Non si fa ragione del tempo: rimane sempre figlio anziché evolvere all’interno di una società minacciosa, certo, ma anche culla della vera vita individuale. Galleggia perciò in un limbo in cui non trova quello che cerca, ma dal cui schema generale non riesce a scappare: cambiano le comparse, ma non l’approccio; cambiano le donne, la casa, il lavoro, ma non l’insoddisfazione. È in perenne attesa di un futuro migliore, che suo malgrado non gli consente di legarsi a nulla: deve essere pronto per quel giorno, libero per affrontare al meglio la data fatidica, e nel frattempo cova le insoddisfazioni in nome di una felicità successiva. A uno sguardo critico, l’adolescente odierno, teenager oltre l’anagrafe, è in potenziale un puer aeternus, con tutti i complessi della categoria, se non fosse che il cinismo sociale in cui cresce ne ricrei i bisogni soltanto per mera sopravvivenza, e la necessità di una figura protettiva come la madre sia vista in modo più distaccato, anaffettivo. In realtà, il puer aeternus dà voce e spirito a un uomo allegro, divertente, ottimo interlocutore, vivace, ma con quel velo di malinconia verso il mondo che ama e odia perché non lo capisce, adesso, ma che un giorno di certo lo farà.

Comments

avatar Francesca L.
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finalmente un articolo dove parlando di Jung si attualizza il messaggio!! la parte sugli adolescenti extralarge di oggi è una delle chiavi di lettura del tempo e della realtà sociale che stiamo -ahinoi- caratterizzando. il "teenager oltre l'anagrafe" che ubriaco di cinismo vede perfino i genitori in maniera strumentale è un fotogramma drammatico ma lucidissimo.
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avatar giancarlo
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aaaah, quello che 'il mondo non lo capisce, adesso, ma che un giorno di certo lo farà' .... quanti ne ho conosciuti e, purtroppo, ne conoscerò ancora.

quanta verità condensata in una riga.
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avatar gianfranco
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bè, francesca, a dire il vero anche nel passato si era attualizzato il puer, pensa ad herman hesse... è il più classico e leggendario degli esempi di puer aeternus, al quale jung si rifece largamente per ragionare sulla sua teoria. non è l'unico ma ben vengano queste attualizzazioni. oggi abbiamo altri tipi di puer, come hai detto, siamo una società tra l'immaturo e l'irresponsabil e, che non solo non vuole crescere ma rigetta tutto ciò che le ricorda di farlo.
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avatar Stefano
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Molto bello il concetto del "quasi". Non l'avevo mai associato al puer aeternus ma lo trovo calzante. Complimenti.
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avatar Martina De Rossi
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in effetti, il puer aeternus è un apostolo (inconsapevole fino a un certo punto) del quasi.
è uno che pensa di fare testo ma consegna sempre in bianco.
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avatar A. Villani
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Le leggende che parlano di re, di maghi e di draghi non sono proprio identiche. Diciamo che presentano larghe differenze tra loro, così come i protagonisti sono diversi. Niente draghi in Sud America, niente draghi nemmeno in molte zone dell'Africa. Il retaggio va visto invece sotto la luce dell'umano come frutto della Natura, quindi sensibile alle sue suggestioni. L'umanità ha sempre creato miti tramite entità soprannaturali, è un input caratteristico della fascinazione che viene, diretta, da ciò che non si può spiegare. Quindi il discorso non solo è deboluccio e scolastico ma parzialmente inesatto. Ineccepibile tutto il resto. La dinamica della "filosofia della mancanza" come nutrimento è una intuizione notevole dinanzi alla quale mi levo il cappello, un articolo di grande spessore che merita di essere diffuso.
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avatar Luca
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l'immagine della colomba 'armata' di rametto d'ulivo e di corpetto antiproiettile è il racconto del fanciullo che è in ciascuno di noi, un'entità dalle due facce. difesa ed attacco; disponibilità e capacità di rinnovarsi da una parte, incapacità di oltrepassare la soglia dell'idea dall'altra; redenzione su un lato, incapacità di trovare una soluzione dall'altro. il puer aeternus è uno degli archetipi più dinamici e inconcludenti della psiche, per questo è affascinante. inoltre comprende molti di noi. L'articolo avrà - chiedo - un seguito, spiegando magari il senex e le alte varie figure?
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avatar Nicoletta
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Il tempo per la riflessione è sempre buono, soprattutto quando contempla pensieri come il tuo.
Mi piace ciò che ho letto (una e poi due volte. Quasi tre, perché ho pure fatto in modo che qualcuno a me caro, approdasse qui). Mi piace il modo in cui si parla di qualcosa che so per assaggi brevi, ripetuti e disordinati: mi assale la voglia di sapere di più, e meglio. Se le parole sanno guidare, fermarsi è un obbligo dolce, saggio e sano: Tra tutte le storie che ho colto tra le righe, un punto mi avvicina e da molti prendo le distanze; e non per un sentimento sgradevole, tutt'altro: mi serve solo avere le idee chiare per poter creare poi, il giusto scompiglio. La bimba che è in me, è lindore e tempesta.
Del resto, vivere è viaggiare pure da fermi, e farsi male, farsi bene, osare guardarsi e indovinarsi, senza mai abbassare lo sguardo. Grazie per gli spunti, e per i modi.
E poi per l'idea dei commenti, che trovo siano un avvicinarsi e un mescolare visioni e sapere, a dir poco delizioso.
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