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Scheletri nell’Armadio

Scritto da C. Leonardi.

Panta rei. Tutto scorre, talvolta fin troppo.

È il difetto e il pregio di certe opere, specie quando sono prodotti narrativi, realizzati con il minore impiego di mezzi, e dunque il più largo uso di evocazioni. Evocare in senso latino, che viene da ex e vocare, un verbo concesso ai soli artisti. E se la scrittura è l’arte povera per eccellenza, in quanto non ha il supporto delle immagini come il cinema, non ha i suoni come la musica, non ha i colori e la tela o uno sfondo fisico sul quale spalmarli come può essere la pittura, ma soltanto il foglio (oggi virtuale) e la penna (o la tastiera, per chi è al passo coi tempi), la magia deve essere ben potente per catturare il lettore, trascinarlo nel mondo della fantasia e indurlo a fare da sé il film nella mente, a colorare e animare in proprio i personaggi, gli ambienti, le atmosfere. Quando l’autore vi riesce, e vi riesce come Gero Mannella, tutto scorre pure con troppa rapidità, perché si vorrebbe stare a lungo in compagnia, accanto, presi per mano – e abbandonati ma non del tutto – in riva alle nostre inquietudini, consegnati ad un fiume, o chiusi in un armadio per distratto stereotipo di una amante che non riesce proprio a saziarsi degli altri perché incapace di bastare a sé. La querelle sta tutta nella misura: non ne hanno i protagonisti di Scheletri nell’armadio, così come poca ne ha l’autore nel dosare sia la comica tragedia del disagio nelle pagine, sia la serena prevedibilità di molta letteratura di genere. Per giunta, il libro di Mannella è quanto di più distante perfino dal concetto di genere. Non è un giallo, non è un thriller né una commedia; ha un poco dell’hard boiled e un pelo radicale del noir però ha il ritmo del fumetto, uno di quelli riusciti bene, roba che panta rei: tutto scorre, e talvolta fin troppo. Lo cominci, non hai neppure finito di annusarlo a dovere – per chi ancora si concede quel tipo di estasi – e sei già arrivato in fondo.
Attenzione: ho detto in fondo, non alla fine, perché certe storie una fine mica ce l’hanno, vanno avanti indisturbate dai nostri piccoli schemi, se ne fregano di ciò che è l’uso, il costume prevedibile, come se ne fregano Orazio, artista in odor di superego affetto da meteorismo e sindrome di Michelangelo, a cui proprio non riesce neppure un identikit; il celerino Beniamino e un Salvatore col vizio antico del borseggio e una bassa pratica di ricatti; e ancora l’ispetto’, nello slang tutto musica e Piedone lo sbirro di Caposito, e Jessica dall’ansia facile e lo strucco à la Gene Simmons. Panta rei, mannaggia: 184 pagine che torno a leggere due, tre volte, nella speranza di trovarci tutto ciò che non ho saputo vedere nella prima lettura, e di nuovo finiscono presto, troppo presto, tra uno che all’offerta dei domiciliari ne prende due, e di fronte al dramma «mica si può svegliare uno e dirgli di brutto: guarda che c’ho un amante ma è occasionale (...). Il problema è che è morto. L’altro svenuto non lo conosco. Ma non preoccuparti: è solo un ladro» pensa, com’è ovvio, a proporre un caffè. È sempre l’ora di un ristoro. È sempre l’ora felice, felicissima, di opere come quella di Mannella, che ribaltano ogni schema e fanno capire tutto il potere arcano della narrativa, spiegano l’alchimia di ciò che non siamo noi a scegliere, perché è lui a farlo, a prenderci. Fatevi scegliere da Scheletri nell’armadio: non ne uscirete vivi, ma qualcosa di più.