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Il Marchio dell'Allievo

Scritto da C. Leonardi.

Delle tante domande che si pone un studente ce n’è anche una di natura sociologica.

Essere studenti vuole solamente dire essere pedine d'una partita senza fine, o seguendo le giuste impronte si può prendere in mano il gioco e riscriverne le regole? Un gioco più tecnologico, all'avanguardia ed intraprendente rispetto ad anni fa, ma tutta questa è libertà o frenesia di un progresso che si discosta dal fine proprio dell'università, cui prodest? 
Appena entriamo nel mondo universitario, anzi, prima ancora di entrarci fisicamente, ci targano come se fossimo veicoli, bovini, polli cresciuti in batterie per essere serbatoi di carne – nel nostro caso menti da riempire di cultura, quando ancora non abbiamo nemmeno deciso se è la cultura che fa al nostro caso, che si adatta al nostro sentire. Giustamente, se un ragazzo sceglie di iscriversi ad una facoltà universitaria è perché sa che la cultura è il suo pane, direbbero in molti, ma la realtà dei fatti è che al giorno d’oggi senza aver preso parte a quel mondo non si può arrivare a nulla, anche i lavori più umili richiedono una laurea ormai. Per non parlare poi della totale confusione che si forma nei meandri della mente di un adolescente, ancora in parte sconosciuti al proprietario stesso, che lo portano a lanciarsi spesso in nuove avventure pur non avendo le idee chiare su cosa stia iniziando, a che cosa stia andando incontro. Il marchio da matricola riduce tutti quanti a non esser più visti come persone, formate di corpo, anima e ansia, ma ad una serie di cifre vuote e senza senso, che sono semplicemente il codice di tante pedine da gioco movibili in ogni direzione a seconda delle proprie esigenze. 

Una volta dentro a questo mondo non è che la situazione migliori di molto, anzi, in taluni casi la prospettiva è un netto declino di qualcosa che già prima era ad un livello decisamente basso, ovvero la convinzione. 
Cosa ci potrebbe essere di meglio se non seguire le impronte di qualcuno per annaspare il meno possibile e semplificarsi la vita? Nulla, almeno se le impronte fossero delle certezze e non un insieme di pedate nella neve, una sull'altra, impastate di fanghiglia e senza un contorno definito. 
Ecco, la neve: soffice, candida, le impronte si vedono bene, sono semplici da seguire e aiutano, eccome se aiutano, quando la neve è parecchio alta, più o meno come la confusione di un ragazzo, però poi arriva il fango. Il fango formato dal solito sistema, quello che tutti criticano ma a cui tutti inevitabilmente finiscono per sottomettersi, quella burocrazia che ha come braccio finale, volenti o nolenti, i professori, che a diretto contatto con gli alunni si rendono conto di come tutto vada a rotoli, ma non possono fare altro che riportare lamentele di tanto in tanto e poi adattarsi a medie ponderate, a restrizioni dei programmi scolastici ed aule con lavagne senza gessi, o banchi senza sedie, e quello che il sistema sembra proporre sono apparenti migliorie che in realtà lo allontanano sempre di più dal vero significato di scuola. 

Dunque, un prodotto consumistico perfetto: pedine confuse in un sistema a loro non congeniale, angusto. Ci sono tutte le predisposizioni per iniziare un gioco caotico e senza fine. 
Tornando un attimo indietro, nell'antichità il significato di scuola era "riposo", non come lo intendiamo noi oggi, ma era il tempo per il riposo dei ragazzi privilegiati, quelli che potevano permettersi di non lavorare ma di dedicarsi alla propria istruzione. Insomma, il contrario di come la viviamo: per noi si tratta di un obbligo, di un peso anziché di un sollievo, di una istituzione che va continuamente rivista e modificata perché non va mai bene, e sembra essere più un problema che un'opportunità. 

Alla base di essa c'è, o meglio, ci dovrebbe essere, la dialettica, insegnataci dai greci, dai latini e dai filosofi per secoli e secoli, ma, nonostante tutti gli esempi e gli insegnamenti ricevuti, siamo ancora dei pessimi studenti. La dialettica viene utilizzata solo come copertina in grado di nascondere, almeno a prima vista, i metodi poco educativi e facilitanti con cui vengono schiacciati i giovani in una realtà falsa e ribaltata rispetto a quella che si incontrerà al di fuori dell'ambiente universitario. Basti pensare al percorso allungato fino a cinque anni quando una volta usciti dall'università vengono già richiesti almeno due anni di esperienza, all'invenzione delle lauree brevi che però non portano a nulla, perché oggi senza una magistrale non si è nessuno, e poi specializzazioni, masters, si ha l'idea di poter diventare sempre più bravi per poi capire alla fine che la destinazione è sempre la stessa, e che l'impegno e la dedizione aiutano uno su migliaia, gli altri arrivano dove sarebbero arrivati senza così tanti sforzi, senza così tanti giri, ma si sa, se un gioco è divertente, più dura meglio è, e non si può dire che ai creatori di questo caos tutto ciò non piaccia. 

Tante facoltà, troppe, basta che qualcuno pensi di copiarne una e farla differire dall'altra per due singole materie e, magia, ecco una facoltà nuova. Utile, secondo tanti, poiché tutti possono davvero trovare la loro strada, ma dopo? Dopo ci si rende conto che tutte quelle strade secondarie portano all'unica grande strada della confusione, perché le facoltà non sono fatte per avere qualcosa dopo, ma per piacere nel mentre, e chi non ci pensa subito al dopo poi si trova a doversi inventare qualcuno. 
Sembra una strada che si aggroviglia ogni giorno di più, e dalla quale non pare esserci via d'uscita, ma noi universitari continuiamo a percorrerla alla ricerca di CFU nella speranza di toglierci il codice da pedina un giorno e non essere più il gioco di nessuno, ma diventare giocatori. 
Una conclusione concreta però non c'è, il sistema è questo e sta a noi capire quali impronte sia meglio seguire: possono portarci a strade già battute da altri passati prima o vie da evitare, ma sta a noi provarle per renderci conto di come queste siano veramente. E anche quando ci proviamo è quasi impossibile avere l'assoluta certezza che la nostra scelta sia quella giusta: da una parte, la rassicurazione e l'appoggio di chi la percorre al nostro fianco, dall'altra, i dubbi di quelli che hanno capito di aver sbagliato e che devono tornare indietro in questo gioco passando di nuovo dal via ma senza ricevere compensi, che si insinuano tra i nostri pensieri facendo traballare anche le più solide certezze, spianando la strada a decine di punti interrogativi.