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Starting a New Life

Scritto da C. Leonardi.

Starring: panico, professori, traduzioni, compagni di classe, gerundi e caffè.

Special guest: my ever changing moods.

«Studia, tesina, interrogazioni, versione, ansia, giugno... Studia, tesina, interrogazioni, versioni, ansia, giugno...» 
Sono parole che mi facevano risuonare nella mente durante il quinto anno di liceo, quando, ormai prossima alla maturità, sembrava che quest’ultima dovesse diventare quasi la mia unica ragione di vita: professori che dall’inizio dell’anno non facevano altro che parlare di quell’esame, compagni di classe che quasi si strappavano i capelli perché erano indietro con lo studio, la professoressa di greco disperata perché continuavamo a prendere voti indecenti nelle traduzioni e il tempo per salvare il salvabile prima della seconda prova stringeva sempre più. Il panico regnava sovrano. 
Infine, il momento del fatidico esame: sentimenti arrovellati e inscindibili che anche provandoci non renderei l’idea se li descrivessi a parole, tre prove scritte, un orale e via, fine. Fine di cinque anni, fine della solita routine che ormai potevo iniziare ad occhi chiusi al mattino e terminare alla sera senza ancora averli aperti; fine delle solite materie, dei consueti professori e dei soliti compagni. Fine delle stesse facce in giro per i corridoi, dei compiti estivi rimandati quasi tutti al giorno prima dell’inizio della scuola, dei finti febbroni per stare a casa e saltare un’interrogazione ogni tanto, dello studio precario di materie ancora oggi quasi sconosciute e di definizioni posticce appiccicate qua e là nella mente negli orari precedenti alle interrogazioni, giusto per cercare di strappare una sufficienza; fine dell’odio per i participi predicativi e per gerundi e gerundivi, fine delle partite di calcetto in palestra e delle code alle macchinette del caffè durante gli intervalli. Addio. A mai più. Una liberazione, insomma. Quindi, la scelta: la lumachite più sfrenata o le vacanze.

Scelta scontata, anche perché spesso le due cose si compenetrano. Dopotutto a luglio non si possono mettere in secondo piano mare, gelati e relax. Luglio, agosto, settembre... Settembre?! Ebbene sì, tre mesi dopo, che sembrano essere anni, ci si rende conto di come le vacanze siano passate e che a breve si inizierà un nuovo percorso. Quell’esame che per chi non l’ha ancora affrontato sembra essere uno scoglio insuperabile è solo un ricordo sbiadito, distante un’infinità di tempo. 
Mio malgrado, è un fatto: tutte le volte che inizio un nuovo percorso scolastico, stessa storia: mani fredde, gambe che tremano, pensieri che si aggrovigliano, paure che prendono il sopravvento, insomma, un vero disastro. 
Banalità per molti, ma per chi è tanto, a volte troppo emotivo, questa storia non suonerà nuova. 
Per fortuna non sono sola ma ho una mia compagna del liceo con me, nemmeno immagina la sicurezza che mi dà con la sua presenza. Quella sicurezza di aver comunque qualcuno con cui parlare, con cui passare gli intervalli, a cui chiedere chiarimenti, con cui darsi appuntamento per andare a scuola insieme. Non sembra ma ti fa sentire grande il doppio e forte il triplo. Già la responsabilità di scegliere un percorso universitario è qualcosa che molti ultracinquantenni di oggi non riuscirebbero ancora a fare, figuriamoci farlo a diciotto anni e convincersi che la scelta sia quella giusta. Voglio dire, tutti hanno delle passioni, degli interessi, delle ambizioni, ma visto quanta gente arriva a metà della sua carriera lavorativa (se ci arriva, visti i nostri tempi...) e si rende conto che quello che sta facendo per lei non vale nulla, o che avrebbe dovuto prendere un’altra strada o inseguire il sogno accantonato durante l’adolescenza perché «era solo uno stupido capriccio da adolescente», come si fa quindi ad avere certezze su quale sia la scelta giusta, la passione giusta, come si può intuire se questa smetterà di bruciare dentro di noi di lì ad un anno o se andrà avanti per tutta la vita, se il lavoro ad essa legato sarà motivo di orgoglio e soddisfazione o se ci logorerà nel tempo? 

Sono ammirevoli, ed anche un po’ invidiabili (in senso buono, eh), quei ragazzi determinati che hanno un sogno sin da quando sono piccoli e finalmente possono iniziare ad inseguirlo scegliendo la facoltà giusta per loro, ma tutti gli altri? Alcuni guardandosi un po’ attorno trovano quella che fa per loro, ad altri poco importa e scelgono la prima che viene loro in mente, ma per tutti gli altri quanto può essere difficile trovare quella giusta? È una brutta bestia l’indecisione perenne, ogni volta che ti avvicini ad una conclusione ricompare la solita vocina con domande esistenziali come «sei sicuro sia la strada giusta?», «ricordati che stai dando una direzione precisa alla tua vita, pensaci bene», «e se ci fosse qualcosa di meglio?»
So, welcome to the jungle. 

All’università ci si rende conto che forse quella sensazione di "liberazione" provata dopo cinque anni di scuola superiore è solo data dall’illusione che da lì in avanti sarà tutto più bello, con la possibilità di autogestirsi, di prendere decisioni senza dover niente a nessuno: niente più giustifiche ai professori per le assenze, niente più firma dei genitori accanto ai voti. Illudersi viene più che naturale. 
Ci vuole poco però per accorgersi che le scuole superiori non sono un ghetto come tanti le pensano, ma somigliano più ad una bolla. Una semplice bolla protettiva, che vista da dentro può sembrare ostica, sconveniente, limitativa, ma chi ne è uscito da poco e ha ricordi ancora freschi riguardo ad essa non può non ammettere che, osservandola da fuori, almeno un po’ gli manchi. Al di là dell’ambiente e degli avvenimenti, quel luogo è l’ultimo in grado di dare sicurezza prima di un salto nel vuoto che porta ad imparare a vivere da soli e a non intendere più la scuola come un insieme di cui si fa parte ma ad intendere sé stessi come un individuo singolo che si aggrega ad altri ma che mantiene la sua indipendenza e la propria unicità. Se prima nome, cognome, genitori, situazione familiare e spesso anche economica erano di dominio pubblico tra i professori, ora non si è altro che una serie di numeri. Una matricola, nulla di più. Per qualcuno è un fattore ben poco rilevante, sempre studenti ci si sente; per altri non è più semplice come alle superiori, quando le preferenze si facevano sentire in loro favore; per altri ancora invece è meglio (ovviamente per quelli svantaggiati dalle preferenze fatte per altri) Insomma, non si è più nessuno. Nessun professore guarda la tua personalità o la tua singolarità, lì conta solo quello che rendi agli esami che, di per sé, non è un fatto negativo, considerando che la scuola deve valutare solo dal punto di vista dello studio. 

Si raggiunge la consapevolezza che la cosa peggiore che potesse succedere fosse perdere il pullman al mattino o prendere un’insufficienza, una nota. Non era poi così male. Ora invece sei in balìa di insegnanti distaccati e difficilmente aperti al dialogo, di centinaia di compagni nuovi, magari in una città diversa e più grande della tua, e cosa ne sai di quello che potrebbe capitarti. Chissà, magari perfino una bella sorpresa, un incontro curioso, una lezione sublime.