Cartoline dagli Atenei Digitali

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Portrait of a Digital Student

Scritto da C. Leonardi.

Impresa difficile parlare si sé attraverso gli strumenti.
Il rischio è di ridurre tutto alla superficie, alle sole sembianze, ma è un dato oggettivo: la mia generazione è la prima a essere nata e cresciuta nell’era della tecnologia avanzata. Quella che raggiunge ogni luogo, ogni individuo, ed ottiene informazioni sfiorando un tasto, in punta di dita. Nelle informazioni e nella loro esperienza prolifera il sapere, e una delle miniere storiche del sapere è l’università.
«Osa conoscere» diceva Kant, quando la conoscenza era vista come un serio pericolo. La cultura, a quel tempo, aveva allori ma anche armi da battaglia, e l’analisi critica della società era tollerata se restava in uno stretto serraglio. Appena metteva fuori il naso c’era il rischio, per i suoi paladini, di finire emarginati, combattuti, talvolta perfino arrostiti. Con lo sviluppo della civiltà sono cambiati gli imperativi: dall’avventura della conoscenza morale, spirituale e scientifica, a quella dell’industria materiale, con le sue specialità, dove l’ansia della competizione è al servizio della società “ufficiale”, dello status quo, del miraggio di un posto fisso che a molti basterebbe pure provvisorio. Tutto in un click. Attenzione, però: la meccanica non ha sfrattato i sogni dalle stanze dei desideri, e c’è vita oltre il display. Ci sono energia, entusiasmo, e un grappolo di salutari incertezze. L’uomo intelligente dubita di tutto, solo l’ignorante è sempre sicuro. E negli atenei del terzo millennio la passione anima ancora lo spirito degli studenti per cui lo studio non è un semplice mezzo, l’ennesimo tasto da premere per arrivare al traguardo di un mestiere, una carriera. No, il piacere del sapere resiste. La tecnologia indubbiamente facilita la vita, abbrevia le code, agevola l’accesso ai dati, le iscrizioni, accorcia le distanze e un po’ spersonalizza, rende tanti piccoli automi; sta a noi, presunti numeri in un sistema digitale, scegliere un ruolo che è presenza concreta e partecipazione, senza escluderci da soli.  

E intanto, con due semplici parole, atenei digitali, oggi si può riassumere tutto ciò che riguarda le università: un semplice concetto che racchiude centinaia di anni di storia. 
O addirittura migliaia, se consideriamo le scuole greche, da quella di Platone al Tìaso di Saffo. Insomma, basta poco per indicare cambiamenti, innovazioni e un progresso continuo che ci ha portati a poter seguire lezioni comodamente seduti sul divano di casa nostra, magari a centinaia di chilometri dalla sede della facoltà. Detto così sembra poco o niente, tutti hanno almeno una vaga idea di come funzioni questo mondo: tanti ci sono passati, tanti ci passeranno, il progresso va avanti e ci si adegua per rimanere al passo, e nihil sub sole novi, però se ci fermiamo un attimo a pensare a tutto quello che per noi ora è scontato, ci vuole poco per rendersi conto che in realtà così tanto scontato non è. 
Per molto tempo le università sono rimaste molto simili alle prime create, poi, la svolta: l’era digitale. Non sembra, ma l’impatto non è più lo stesso. Ora ci si iscrive direttamente su internet, si vedono gli orari delle lezioni, ci si crea un piano carriera, si prenotano e si disdicono esami, sembra tutto più chiaro e più semplice. 
Anche la scelta tra le differenti facoltà è cambiata: ora ce ne sono davvero tante, i ragazzi iniziano già a metà del periodo delle superiori a guardarsi attorno perché le possibilità sono così vaste che non c’è il tempo materiale di analizzarle tutte. Inoltre, se in itinere ci si rende conto che non si è fatta la scelta giusta, si può cambiare da una all’altra, con tanto di passaggio di alcuni esami, e quindi di CFU. I CFU sono i crediti formativi universitari, ossia la vera ragione di vita di ogni studente: durante le sessioni d’esame ve n’è una caccia tale che nemmeno i più accaniti giocatori di Pokemon go verso un Charizard!
Eppure il fatto che venga offerta una tentazione non giustifica l’accettarla. Sarebbe già assai patetico se un uomo che si è dedicato al sapere dovesse confessare la sua impotenza di fronte agli attacchi che esso subisce, alle riforme sballate, alla scuola di pensiero per cui la cultura non dà il pane. Il nuovo diaframma digitale, che in apparenza riduce la distanza dagli oggetti fisici, e trasporta in un balzo in un altro mondo, in una biblioteca, alla ricerca delle fonti, va utilizzato al meglio senza scordare la sua missione, perché «lontano dagli occhi, lontano dalla mente» non è la giusta parafrasi.