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L'evoluzione della Bellezza nella Figura Femminile

Scritto da G. Dal Sasso.

Quante volte ci siamo chiesti cosa sia, se si tratti di un fattore puramente estetico o se per definire bella una persona siano necessari una serie di fattori non dettati dalle apparenze.

Nel mondo odierno sembra che la rincorsa alla famigerata “perfezione” sia qualcosa di imprescindibile dal nostro vivere quotidiano, in cui veniamo bombardati di messaggi pubblicitari che ci spingono a somigliare a quello che gli altri dicono sia bello. Eppure tutto questo non è una novità per l’uomo. Da millenni la specie umana si è evoluta sottostando alle leggi di un’estetica destinata a mutare nel tempo a causa di un tessuto di relazioni sociali, economiche e culturali complesso, che possiamo analizzare nei documenti materiali e cartacei sopravvissuti agli stravolgimenti della storia. 
In principio le forme d’arte umana ci riportano figure sovente grottesche; si tratta delle cosiddette Veneri preistoriche, tra cui spicca senza dubbio la mitica Venere di Willendorf. Chi è questa signora? Non lo sappiamo. L’arte paleolitica non si concentra mai sull’individuo ma riporta, in modo esasperato, quelle che sono le caratteristiche che possono garantire lo sviluppo del gruppo sociale in un ambiente ostile, ricco di pericoli, dove la crescita di un figlio risulta una responsabilità non solo della madre ma anche della famiglia che sa di avere bisogno di nuovi membri in grado di provvedere alla difesa, al cibo e alla procreazione. In questo caso quindi si notano, prima di tutto, le forme prorompenti che danno l’idea della fertilità, forse gravida, che permette lo sviluppo del nucleo familiare e – particolare non da poco – la sopravvivenza della specie. 

Le caratteristiche evidenziate sono sessuali: fianchi abbondanti, per un parto il più possibile semplice, seni rigonfi per allattare il piccolo e un ventre enorme per accogliere la nuova vita e proteggerla fino alla nascita di quello che, si spera, potrà essere un valido elemento. Viene evidenziato anche il triangolo pubico come in molte statuette simili. Gli arti sono appena accennati, quelli superiori sono sbozzati e poggiati sui seni come a incorniciarli, e quelli inferiori pare avessero il solo scopo di dare un sostegno alla scultura nel momento in cui, secondo molti studiosi, veniva infissa nel terreno in contesti votivi. Un elemento evidente però attira la nostra attenzione. L’acconciatura è curata in modo dettagliato, con la definizione di ciocche raccolte in file di perline realistiche, che ci danno punti di raffronto con le sepolture dello stesso periodo, in cui si può supporre che alcuni elementi estetici fossero diffusi come l’uso di monili o particolari acconciature. 
Ora, la nostra Venere non porta nessun oggetto che possa ingentilire o abbellire le sue forme, men che meno renderla riconoscibile. La chioma copre il volto, ma in altri soggetti semplicemente la testa è abbozzata, e nel migliore dei casi i connotati facciali sono indicati da segni approssimativi. Nessuna veste, nessun gioiello. Solo la fisicità di una donna da cui potrebbe anche essere derivato una sorta di “Culto della Dea”, intesa come forza generatrice femminile origine di tutte le cose e più potente di qualsiasi altra – soprannaturale o divina – che a lei deve sottostare. 

Con lo sviluppo delle civiltà nel bacino del mediterraneo si sviluppa anche la figura femminile che di volta in volta viene identificata con attributi fisici, stilistici e iconografici per differenziarla da quella maschile. Analizzando la cultura cretese possiamo ritrovare elementi di continuità con le culture preistoriche: nelle immagini (delle divinità) rappresentate si riscontra anche una distinzione tra i principi maschili e femminili che reggono le sorti del mondo. L’immagine più celebre è quella della cosiddetta Dea dei Serpenti: si tratta di una statuetta dipinta in terracotta che raffigura una giovane donna riccamente abbigliata e ingioiellata per rivendicare il suo prestigio, e che in ogni mano ha un serpente. La dea porta una lunga gonna che ricade in sette balze a coprire per intero le gambe, ma i seni vengono mostrati con orgoglio attraverso un bustino aperto nella parte superiore, il quale cinge il ventre e le braccia dando un aspetto sinuoso alla figura. Tutto ciò serve a mettere in evidenza un predominante connotato sessuale. La figura ha del trucco intorno agli occhi e il cappello è sormontato da un gatto che, secondo alcuni, collega la religione minoica al culto egizio dei morti. Questo esempio di bellezza e prosperità ha ancora un forte legame con ciò che riguarda la forza femminile, la quale non solo dà la vita ma può anche toglierla. Il serpente, in quanto animale ctonio e velenifero, è un elemento di connessione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, ma l’interazione tra i due è garantita dalla Dea che offre le sue grazie suggerendo prosperità a uomini ed altri animali. L’animale però identifica anche il principio sessuale maschile indispensabile a generare una nuova vita. Quindi, la bellezza, per il periodo risiede nella forza generatrice. 

Un altro esempio viene dagli affreschi del palazzo di Cnosso: il famoso labirinto che sarebbe stato disegnato dal mitico architetto Dedalo presenta una scena di festa in cui saltimbanchi e ballerine fronteggiano un toro in una sorta di corrida acrobatica. La distinzione tra i due generi è qui molto netta: l’atleta di sesso maschile viene identificato con il colore rosso, le due colleghe sono definite dal colore bianco della carnagione e da un maggior numero di gioielli. I seni sono esposti come nel caso della Dea, ma le due fanciulle si cimentano in volteggi sulla testa e, nel caso del ragazzo, sul dorso di un toro. È probabile che si tratti di una manifestazione agonistica a cui potevano partecipare anche le rappresentanti del gentil sesso, ma ciò che ci interessa è la caratterizzazione del genere che identifica l’icona di bellezza del periodo. 
La fanciulla presenta una carnagione chiara, segno della non necessità di lavorare all’aperto sotto i raggi del sole; il seno è evidente, la vita sottile, e lo slancio aggraziato, pure se fronteggia un animale potenzialmente letale. I gioielli d’oro decorano gli arti superiori e probabilmente la fronte. I capelli sono neri, ricci e raccolti in una coda bassa per ragioni riferite al contesto della gara, ma in altre occasioni, come nel caso di una teoria di ballerine, l’acconciatura risulta molto più elaborata con fili di perle a sottolineare le evoluzioni dei ricci che – in parte raccolti e in parte intrecciati – finiscono per ricadere ai lati del collo e sulla fronte. 
Che abbiano anticipato lo chignon negligé tanto di moda tra le giovani contemporanee? 

Spostandoci in ambito greco riscontriamo una dicotomia tramandataci dalle fonti per la bellezza in età da marito
Nonostante il vasto pubblico favorevole alla figura morbida e pallida della tipica fanciulla ateniese, dedita ala cura della casa, mai esposta al sole, pudica nel coprire il capo al di fuori della propria dimora ed abbellita da numerosi monili, c’è anche la fanciulla spartana, che di fatto è l’opposto di quanto sopra citato; sembra infatti che le fanciulle della Laconia si sottoponessero a gare di ogni genere e non disdegnassero gli allenamenti alla luce del sole, con il corpo nudo al pari dei maschi. Lo scopo di entrambi i filoni ideologici era il medesimo: disporre di giovani in grado di dare alla luce il maggior numero di figli sani da offrire ai propri consorti e alla comunità della polis. Nel primo caso si tendeva a preservare la donna da scossoni che potessero renderla in futuro cagionevole, nel secondo si spingeva la futura madre ad avere un corpo forte in grado di affrontare al meglio le gravidanze, che iniziavano già attorno ai 14 anni.

In ogni caso la differenziazione dal genere maschile è netta e invalicabile. La donna viene indicata da un colorito pallido nelle rappresentazioni fittili, e non ha più un ruolo di spicco nella società; la religione politeista greca, e poi romana, predilige il principio maschile secondo cui è un dio maschio, Zeus, a presiedere il consiglio degli dèi, mentre la consorte Era gli è sottoposta in quanto la donna, essendo preziosa, va custodita e protetta all’interno della famiglia per garantire la nascita di figli legittimi. 
La bellezza più tipicamente greca si identifica, dunque, con una fanciulla con la chioma raccolta in diverse fogge, ma mai con i capelli sciolti. Il corpo è celato dal pallio per non essere osservato da occhi indiscreti, nelle rare occasioni in cui le è concesso di uscire oltre le mura domestiche; può inoltre agghindarsi con gioielli di pregiata fattura, però il belletto è riservato alle prostitute che attirano l’attenzione e non sono donne da cui un uomo desidererebbe un figlio. I soli corpi nudi che conosciamo in ambito greco antico sono quelli delle veneri e di alcune amazzoni che mostrano il seno scoperto, ma vi è una differenza enorme rispetto agli esempi già analizzati. 

Se presso le civiltà antiche l’attenzione si concentra sui seni, nella cultura greca questo carattere si va emarginando in favore di fianchi e ventre. Certo può trattarsi semplicemente di un elemento di moda, ma la moda deriva a sua volta dal privilegio accordato agli elementi più prettamente sessuali che sono garanzia di una nascita. In un’epoca in cui i parti sono difficili e le morti durante il travaglio abbondano, gli artisti si augurano inconsciamente che fianchi larghi facilitino il tutto, e quindi i decessi o gli incidenti nel processo siano inferiori. Il seno diventa allora un elemento accessorio, anche perché la maggior parte delle nobildonne greche non allattava i figli per non danneggiare la bellezza del proprio decolleté e affidava lo svezzamento a una nutrice dotata di seni tali da sfamare a dovere il rampollo affidatogli. Un seno abbondante non era certo un elemento sexy né nobile, anzi, poteva indicare l’appartenenza a un ceto basso della società. La ricerca estetica, ora, è volta alla perfezione dei tratti del viso e delle proporzioni corporee, dove nessun elemento deve risultare grottesco. Molto simile risulta la bellezza della matrona romana, pudica e di rado abbellita in maniera volgare; solo in alcuni momenti lo Stato arriverà a vietare l’uso di una quantità eccessiva di accessori, per evitare la palese ostentazione di ricchezza discordante con le scelte politiche inneggianti all’austerità del mos maiorum. 

Nel periodo medievale prospera un’ideale di grazia che non abbandona la pudicizia nel vestire né il candore della carne, che per moltissimi secoli rimarrà indice di una casata nobiliare, ma si sposta verso un’immagine più longilinea della donna, che cambierà del tutto nel Rinascimento. 
Siamo in un momento storico estremamente delicato, nel quale guerre e carestie si susseguono senza sosta, non a caso il Medioevo dona il retaggio della paura della fame e della morte a cui la moda e i canoni estetici reagiscono energicamente. 
La figura della donna ideale torna ad essere paffuta come lo era stata in epoche antiche, ma perde la pudicizia che l’ha caratterizzata nei secoli. È un tripudio di Veneri nude allo specchio, dormienti o dedite all’ozio, dove la fisicità prosperosa torna ad essere un elemento chiave, che combatte la fame e non ne è assolutamente afflitta. I fianchi tornano abbondanti, le cosce tornite, i seni sodi e bianchissimi, il ventre largo. Si aggiungono piccoli dettagli come le labbra carnose, i capelli sciolti nel languore che si sgancia dai rigori medievali – nonostante l’aria di riforma e inquisizione che angoscia l’Europa –, i gioielli che adornano colli di cigno e dita affusolate, i piedi delicati di chi non ha mai dovuto faticare nei campi.

Il Botticelli trasmette lo stereotipo della bellezza in ambienti paradisiaci, dove niente può turbare la gioia di vivere e la prosperità di donne che, come ormai appare chiaro, rispondono alle esigenze di un uomo che desidera molti figli e non vuole entrare in contatto con la povertà che si espande comunque a macchia di leopardo per una serie di complesse ragioni socio-politiche. Con il passare del tempo si notano impercettibili cambiamenti. La moda torna a sottolineare e ad esasperare fisicità comuni, fino a mettere a repentaglio la salute e talvolta la vita dei nobili che più sono sensibili alla bellezza. A partire dal tardo Seicento e lungo tutto il Settecento vi è una crescita della mania del belletto, dell’artificio che anticipa il dilagare della chirurgia estetica che affligge i nostri giorni. Se prima abbiamo visto fisicità e bellezze più o meno realistiche, adesso vediamo il fiorire del desiderio di farsi notare in modi bizzarri, indossando abiti sfarzosi che costringono il corpo ad adattarsi a posture improbabili, e parrucche che quasi non permettono di voltare la testa. 
L’esempio più classico è quello della corte di Versailles; qui la nobiltà francese rifugge le brutture di un popolo che la nutre per dedicarsi all’ozio, e ovviamente alla propria bellezza. La dama che ha l’onore di passeggiare per i giardini e i corridoi della residenza reale ha il dovere morale di essere sempre alla moda costringendosi in bustini che facciano risaltare una vita fine e un seno alto e sodo, bianchissimo grazie alla biacca che ricopre anche il volto. Su di esso vengono applicati finti grains de bauté a sottolineare maliziosamente labbra o occhi; i piedi calzano graziose scarpette di seta e le gonne raggiungono diametri esorbitanti che a volte impediscono il passaggio attraverso le porte o l’utilizzo di una carrozza. 
Le conseguenze sono gravissime. Gli svenimenti sono frequenti a causa della compressione dei polmoni, e le gravidanze sono rese difficili dallo spostamento degli organi interni derivato dall’uso prolungato di bustini sempre più stretti; gli avvelenamenti da piombo, contenuto nella biacca e altri belletti, sono la causa di molti decessi, così come l’incendio di abiti e parrucche e broncopolmoniti che colpiscono senza pietà tutte coloro che – anche durante gli inverni più rigidi – escono coprendo il petto e le spalle in maniera approssimativa per non mascherare il seno, che con tanta fatica hanno messo in risalto. Si riscontrano pure numerosi casi di artrite agli arti inferiori per via di calzature troppo strette o della gotta, a causa dell’immane quantità di zuccheri, grassi e proteine ingerite da chi fa una vita sedentaria la cui massima preoccupazione è la scelta tra un cappellino di piume o con dei fiori di stoffa da indossare a cena. 

Dopo lo scoppio della rivoluzione anche l’ideale di bellezza si ridimensiona, tornando a proporre la donna in maniera realistica, tale da poter avere una vita normale nonostante l’agio in cui vive. Così vi è il ritorno a una fanciulla più pudica, con gonne lunghe ma molto meno voluminose che segnano la vita appena sotto il seno (retaggio dello stile grecizzante ripreso nel periodo napoleonico), coperto da colletti alti e chiusi fin sotto il mento. Il candore persiste, così come l’uso di raccogliere i capelli in morbide crocchie, mentre scompare il belletto a favore del colorito naturale di una fanciulla che riposa in casa e si protegge dal sole con graziosi ombrellini e guanti. Il modello torna ad essere in qualche modo quello del Rinascimento: le forme restano evidenti, ma sono dissimulate dagli abiti, a favore di una donna che ha sempre lo scopo di procreare ma può anche muoversi in maniera più pratica e confortevole. È però all’inizio del Novecento, contro ogni aspettativa, che l’inversione di tendenza estetica arriva dalle classi operaie: molte donne sono vittime di incidenti sul lavoro a causa dei lunghi cappelli che, sfuggiti alle acconciature, vengono catturati dai macchinari, trascinando così le malcapitate verso una morte terribile. Ecco che nasce quindi il taglio à la garçon, che raggiunge in brevissimo tempo un’esplosione anche nell’alta borghesia, dove impazza ormai la grinta degli anni Venti con una profusione di frange, piume e gonne corte. La figura fisica della donna ha una tendenza minimalista: profilo longilineo con cosce fini e seno ridotto, da quando si riscontra una crescita economica che non porta più alla paura della fame patita durante il primo conflitto mondiale.

Un nuovo cambio di tendenza si ha nel secondo dopoguerra. 
Marylin Monroe esplode sugli schermi con forme prorompenti, un sorriso smagliante e abiti che non lasciano quasi nulla alla immaginazione. Ma tutto questo non lo avevamo già visto? Sicuro, e la motivazione è sempre la stessa. Dopo una tragedia come la Seconda guerra Mondiale si avverte la necessità di dimenticare la fame e la paura, di dare inizio a una nuova generazione che prenda il posto di tutti quei giovani scomparsi nel conflitto; la donna quindi torna ad avere forme più materne, più accoglienti, che le ritagliano un ruolo nella società: una ragazza bella, capace di dare dei bei giovanotti al marito e di farsi invidiare dagli altri uomini. 
Ed oggi? La prima differenza è l’abbandono del pallore a favore di una abbronzatura; in secondo luogo la ricerca di un corpo tonico e atletico, non per forza prosperoso, ma che colpisca l’uomo per la sua prestanza. Nel III millennio impazza la moda del fitness, dei tatuaggi, della ragazza che si ama per come è ma che vorrebbe essere sempre più magra, più soda, e non si rassegna ai segni dell’età, ricorrendo ad orrori chirurgici ed estetici pur di non guardare in faccia l’anagrafe. È il trionfo della sindrome di Peter Pan. Forse anche qui si tratta della risposta a una situazione sociale in cui la donna rivendica il desiderio a un ruolo di primo piano e l’uomo ha – dopo tante resistenze – accettato il nuovo status, anche per potersi sgravare da alcune responsabilità, grazie a una compagna in grado di sostenerlo, non pronta soltanto a cercare protezione.