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I Gladiatori fra Realtà e Cinema

Scritto da G. Dal Sasso.

Tutti siamo stati affascinati dalle avventure cinematografiche dei gladiatori alle prese con avversari spietati e belve feroci, ma chi erano in realtà questi uomini?

La loro vita era davvero come la vediamo sugli schermi oppure c’è dell’altro? La loro esistenza era davvero insignificante e miserabile come viene spesso dipinta? 
Il gladiatore è nella maggior parte dei casi un giovane schiavo catturato durante campagne di conquista, o acquistato da mercanti specializzati, che nelle città dell’Impero Romano ha lo scopo di intrattenere il pubblico nelle arene, laddove si svolgono giochi e combattimenti sia di uomini che di animali, ma l’origine del fenomeno non è romana bensì etrusca. 
Dalle fonti artistiche scopriamo che presso gli Etruschi si usava contrapporre un condannato a morte, incappucciato ed armato di una clava, ad un cane tenuto alla catena ed aizzato da un figurante; il combattimento si concludeva per lo più con la morte del condannato, impossibilitato a percepire gli attacchi della belva appositamente addestrata allo scopo. 
In epoca romana assistiamo, invece, alla nascita della figura del gladiatore come la immaginiamo oggigiorno: un uomo armato che si scontra con altri uomini o con animali all’interno di un’arena, costruita come struttura temporanea in legno e solo successivamente come struttura ufficiale stabile finanziata dallo Stato. 
L’intromissione statale di epoca repubblicana nell’organizzazione di questi eventi, in origine assolutamente inesistente, deriva da due necessità dello Stato Romano: in primo luogo, dimostrare il suo potere di vita e di morte su ogni individuo; in secondo luogo, guadagnarsi l’appoggio della plebe divertita dagli spettacoli, finanziati a spese pubbliche, e curati da magistrati appositamente preposti. 

Sugli spalti del circo il pubblico si divide in diverse fazioni favorevoli ai gladiatori selezionati per il giorno e pubblicizzati attraverso manifesti ed opuscoli indicati lo svolgimento degli incontri e le peculiarità tecniche di ogni combattente. 
Questi, oltre che uno schiavo, può essere anche un volontario in cerca di gloria e ricchezza o un condannato a morte a cui è stata concessa la grazia di guadagnarsi la vita in duello, ma i soggetti più apprezzati rimangono sempre gli allievi delle diverse scholae; questi, vale a dire la maggior parte degli atleti, vengono selezionati da un lanista che è di fatto il loro proprietario, li allena, li nutre e poi li prepara agli scontri organizzati secondo la moda del momento e le predisposizioni degli uomini che ha a disposizione. A livello professionale i gladiatori non sono mai unificati ma dispongono di diverse tipologie di armatura e diversi schemi di attacco, motivo per cui si distinguono diverse categorie tra cui retiarius (munito di rete, tridente e pugnale, protetto da una placca metallica sulla spalla sinistra), secutor e murmillo (armati di gladio e protetti da uno scudo rettangolare legionario e uno schiniere sulla gamba sinistra, si distinguono dagli elmi: arrotondato primo caso e a falda larga nel secondo), traex (armato di corta spada ricurva, difeso da un piccolo scudo ed un elmo che copre tutta la testa), provocator (simile al secutor e al murmillo ma con uno scudo più piccolo e una placca a protezione del torace), assediarius (sul carro) ed eques (a cavallo); queste due ultime categorie si scontrano a piedi, nonostante il nome possa ingannare, e l’armamento consiste in un pugnale unito a scudi tondi o ovali ed elmi con paraguance. 

Generalmente gli scontri sono simmetrici, tra gladiatori della stessa categoria, ma in alcuni casi esiste la possibilità di assistere a duelli misti che infervorano particolarmente il pubblico. 
Il combattente è un oggetto che ha il solo scopo di divertire lo spettatore e rendere avvincente il duello singolo che non ha in nessun caso lo scopo di eliminare rapidamente l’avversario, come saremmo invece portati a pensare ma, al contrario, diversificare lo scambio di attacchi; da questa abilità che si potrebbe definire scenica, gli derivano fama e ricchezza unite spesso alla protezione di importanti membri dell’aristocrazia se non addirittura della famiglia imperiale. Diversi testi ci riportano episodi in cui il gladiatore risultato vincente durante la giornata di giochi presenzia come un trofeo vivente a banchetti e cerimonie o intrattiene con la sua fisicità le matrone che lo preferiscono di gran lunga al consorte, d’altronde già impegnato con giovani amanti e concubine. 

Con l’avvento del cristianesimo però si riscontra una sensibile inversione di tendenza. 
I giochi vengono criticati da tutti gli esponenti della filosofia cristiana non tanto per compassione verso i contendenti ma perché l’assistere ad una palese dimostrazione di violenza è inadeguato per il buon cristiano, e diseducativo per i giovani patrizi, affascinati dalla fama di cui godono persone di una così bassa condizione sociale come i gladiatori. Già Seneca, anticipando S. Agostino, si opponeva a questo tipo di agonismo, che porta inevitabilmente alla perdita del buon costume come accade oggi stesso, purtroppo, negli stadi. 
Basandosi su documenti scritti e steli funerarie di antichi combattenti il cinema ha scelto di modificare la reale immagine del gladiatore per farne un personaggio capace di generare una maggiore empatia con il pubblico. Emblematici sono i due casi di Spartacus e de Il gladiatore. La pellicola più datata prende spunto dall’episodio – storicamente accertato – della rivolta di una schola partenopea guidata dal trace Spartacus, che elude la sorveglianza e si asserraglia sulle pendici del Vesuvio respingendo le legioni inviate da Roma; tradito da un comandante pirata verrà circondato e crocefisso insieme ai suoi lungo la via Appia. 

Il secondo caso, invece, narra del comandante Massimo Decimo Meridio che, designato quale successore dall’imperatore Marco Aurelio, rimane vittima di una congiura ordita dall’effettivo successore (Commodo), e si ritrova a combattere nelle arene spagnole guadagnandosi tanta fama da essere condotto a Roma sotto l’occhio del suo nemico; morirà in un duello con l’imperatore. 
L’errore della lettura cinematografica deriva per lo più da scelte di regia e dalla scarsa conoscenza del reale mondo delle arene romane; il gladiatore è una “merce” di grande valore a seconda delle vittorie conseguite, e del favore del pubblico, motivo per cui il lanista si occupa con dovizia della sua salute ed evita in ogni modo che lo scontro si concluda con ferite mortali. Questo aspetto dedicato in un certo modo al marketing gladiatorio potrebbe essere paragonato al moderno mondo del wrestling o delle altre arti marziali, come MMA o Thai boxe, che negli ultimi anni stanno appassionando un numero sempre maggiore di tifosi e di atleti. 

A volte gli incontri nell’arena sono programmati decidendo a tavolino chi sarà il vincitore ed il lanista fa in modo di far conoscere i propri gladiatori che si scontreranno nell’arco della giornata incentivando tifoserie e scommesse. Non ultimo va ricordato che un gladiatore a fine carriera raramente si ritira a vita privata ma, per lo più, diventa a sua volta lanista, oppure raggiunge i ranghi legionari in cui diventa istruttore delle nuove leve appena arruolate. L’industria del cinema ha certamente optato per rivisitazioni ed invenzioni più ricche di pathos per assicurarsi un maggiore trasporto da parte del pubblico ed il conseguente guadagno. Questa è forse una delle poche analogie con il vero mondo gladiatorio. 
Teniamo sempre presente che se un gladiatore muore nell’arena si tratta di una fatalità e nel caso in cui egli sia vittima di una ferita mortale gli viene spesso concesso un colpo di grazia che ponga fine alla sua agonia in modo decoroso e degno di un personaggio tanto famoso. Per lo più, il combattente muore per le conseguenze di ferite riportate e infezioni a cui nemmeno i migliori chirurghi, particolarmente preziosi e ricercati nelle scholae dove spesso prestano servizio per tutta la loro carriera, hanno saputo porre rimedio. Le fonti archeologiche parlano in di un’età media di ventitré anni, ma non va dimenticato che la carriera inizia molto presto, come l’arruolamento nell’esercito: solitamente dai sedici anni. 

Analizzando altri dettagli possiamo notare come l’immaginario venga condizionato dall’inesattezza cinematografica. 
Nonostante la gloria di cui un gladiatore gode nell’arena non bisogna dimenticare che al di fuori del contesto agonistico questi non è che un oggetto, una persona di infima condizione che si è guadagnata da vivere vendendo il suo corpo come fanno gli attori e le prostitute (categorie particolarmente bistrattate nel contesto storico che stiamo analizzando). 
Il nutrimento delle belve con condannati vivi non è però una pratica riservata all’atleta, che per lo più si batte con la fiera in una sorta di caccia organizzata, e non ha nulla a che vedere con l’esecuzione capitale effettivamente compiuta ad opera delle belve su condannati a morte appositamente selezionati a seguito di crimini particolari. 
Vi sono anche casi in cui risulta massiccio l’utilizzo di condannati a morte costretti ad inscenare fastose naumachie (i combattimenti navali in bacini artificiali) ove impersonano soldati dei diversi schieramenti, e per lo più periscono nello svolgimento della battaglia. 
Ultimo elemento che suscita un grande impatto nello spettatore moderno è il famigerato pollice verso. Questo elemento è praticamente inesistente, dunque né l’imperatore, né il massimo magistrato presente possono decidere con un semplice gesto della mano la sorte del perdente. Gli sfidanti vengono semplicemente ricompensati in caso di vittoria, e congedati così che possano farsi medicare le ferite e rifocillarsi dopo la lunga giornata. 
Certo, il mondo degli antichi gladiatori romani risulta molto lontano e fautore di diverse suggestioni, ma se la curiosità spinge il lettore a documentarsi può rivelare un universo complesso, dalle diverse sfaccettature e che riesce a affascinare, dopo duemila anni, gli spettatori moderni quanto quelli antichi.

* Gladiator Sepia, by Julie Gibbons (2009)
* Colosseo, by Sandrokan (2008)