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Fake Winners?

Scritto da Stefano Pazzini/Viviana Rossi.

«Dei premi letterari di grande fama, parla bene solo chi li ha vinti».

Lo diceva un grande autore che rifiutava di prendervi parte, e non per elitarismo. Ancora più severamente Italo Calvino, nel Sessantotto, rigettando il premio Viareggio per Ti con zero, con un telegramma laconico: «Ritenendo definitivamente conclusa epoca premi letterari rinuncio al premio perché non mi sento di continuare ad avallare con il mio consenso istituzioni ormai svuotate di significato». Enzo Biagi, nella sua bonomia romagnola, che di premi aveva fatto una messe, sosteneva che c'era sempre un libro migliore, e non era mai il suo. E quel libro non partecipava a premi ed altri eventi, perciò i suoi erano come la poesia per Troisi: «Non di chi la scrive, ma di chi gli serve». Tant'è il verbo servire ha varie declinazioni, su una delle quali vorremmo fermarci, con pareri e deduzioni personali, proprio come per gli autori di cui sopra. Ci par di vedere i volti sbigottiti di qualcuno che si chiede «un ragionamento piccolo sui premi grandi? Ossimoro. Sappiamo tutti come funzionano lo Strega e compagnia cantante a colpi di stecche. Sono fabbriche di biscotti, nel senso che sono tutti combinati». Sarà, ma fare un po' di informazione non guasta. Farlo con un esempio è anche meglio.

Editoria, anno 2019, premio Giuseppe Berto. «Sono state una cinquantina le opere prime presentate dalle case editrici italiane», e la giuria, «presieduta da Ernesto Ferrero [...] è composta da Cristina Benussi, Università di Trieste, Giuseppe Lupo, Università Cattolica del Sacro Cuore (di) Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, e Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore». Bene, benissimo, che pedigree! Ma anche nel campo umanistico la matematica può essere utile, e facendo due calcoli ne viene fuori qualcosa di curioso. In dettaglio: le opere partecipanti andavano spedite entro e non oltre il 13 maggio 2019, quindi la giuria avrebbe proclamato i cinque finalisti il 7 giugno 2019, ed il vincitore il 29 giugno, come attesta il bando ufficiale. Bene, benissimo, anche meglio di prima: che celerità. Peccato che appaia un po' eccessiva. In primo luogo perché non tutti i finalisti sono libri (il titolo di romanzi è eccessivo per alcuni di essi, specie se paragonati alla grandezza di quelli del fu Berto) pubblicati sei, otto, dieci mesi prima, e benché gli editori li preparino in anticipo sui tempi, i volumi devono essere già nel circuito per poter prendere parte al premio.
A tutto ciò va aggiunto come, la cinquantina di opere di cui informa l'ufficio di comunicazione, debba essere letta con attenzione, giacché si tratta di un concorso importante, e di certo non vi prendono parte realtà che producono fuffa. Ma se pure vi fosse tra i cinquanta un testo di minor valore, andrebbe letto comunque con cura.

Per leggere con cura un testo e produrre una credibile scheda di valutazione, o un giudizio di seria entità, non bastano poche ore. In poche ore si può leggere un libro, sì, ma in un giorno le ore sono ventiquattro, e ognuno dei giurati lavora, ha altre attività, nessuno si chiude in un eremo isolandosi dal mondo e dai doveri quotidiani per il pur nobile scopo del premio. In più c'è la pluralità di giudizio, e dato che i giurati sono tanti, ognuno di loro può avere - e di certo ha - tempi diversi. Ma siamo positivi, e siccome viviamo nell'èra della prestazione, si fa il calcolo più bruto e banale: una pagina letta in due minuti, per una media di 200 pagine a libro, impegna per 400 minuti, cioè più di sei ore e mezza. Ah, scusate, siamo prestanti: una pagina al minuto, e la quota dimezza.
Non tutti i libri hanno 200 pagine? Arrotondiamo, e da 3 ore e 30 scendiamo a 3 ore ciascuno. Sono, a priori, un tempo interessante, e mica tutti ne hanno tanto a disposizione. Trovarne ogni singolo giorno è difficile per chi non lavora, per chi è in pensione, figurarsi per chi ha una serie di attività in corso! Dovrebbe fare solo quello, e il blasone dei giurati lo esclude in modo categorico. Eppure ci piace l'idea di critici veloci e di pregio tale che diamo davvero ogni opera analizzata in un giorno, al ritmo di una ogni tre. In tre rate settimanali, per leggere cinquanta testi, ossia dedicare il poco e il solo tempo libero, salvo (ed è un'opzione impegnativa) imprevisti, ci vogliono 16.6 settimane, che riduciamo a 14 perché qua e là si potrebbero leggere pure 4 libri in una di esse. Okay, farlo con la giusta attenzione è implausibile e poco serio, ma siamo nel campo delle rosee fantasie, e il gioco delle ipotesi fa parte delle scienze matematiche fin dagli albori.
Quando entra in gioco la matematica ci si aspetta, da un momento all'altro, la levata di scudi, la protesta di chi non riesce a far quadrare i conti, e prende un certificato da sestogradista per l'arrampicata sui vetri. Ma noi non ce l'abbiamo con nessuno: prendiamo dei dati e li mettiamo in fila. 
Dalla chiusura del bando alla proclamazione dei finalisti, poi, c'è uno spazio di 24 giorni. Solo 24. Anche immaginando che qualcuno usi perfino le festività per leggere le opere, sono pochi. Inezie. Serve che i giurati si impegnino prima della chiusura del bando. Pure qui, però, i conti non tornano: 14 settimane sono tre mesi e mezzo, che vuol dire dal 13 maggio a ritroso fino ai primi di febbraio. Può essere che alcuni libri siano arrivati allora e i giurati li avessero valutati in placida serenità, con una procedura inconsueta, ma sappiamo tutti che non è la realtà dei fatti. E qui c'è la seconda istanza: sia tra gli esclusi che tra i finalisti vi sono opere edite o inviate a ridosso della scadenza del bando.

Come la mettiamo con i tempi di lettura, senza scordare che non deve essere svagata, limitarsi alla consultazione della quarta di copertina, o peggio ancora del peso politico degli editori? Dal 13 maggio al 7 giugno i poveri giurati dovrebbero sul serio intanarsi in un luogo fuori dal mondo, specie se tra aprile e maggio dovessero arrivare tomi che superano le 500, 600 pagine. Non vanno di moda? E chi l'ha detto? Ci sono editori che usano un font piccolo e riescono a ridurre lo spessore dei libri, ma la quantità di battute rimane alta; altri, invece, un tomo old style l'hanno inviato, e che tomo: 688 pagine! Quanto ci vuole per leggerle? Non è questa la sede per fare confronti, ma avendo letto sia i finalisti che molti partecipanti, nella fattispecie anche il mattone (il quale, per contenuto e per scrittura, a parere nostro e non degli esperti, già dopo venti pagine sotterra la cinquina in gara per il premio), nella migliore delle prospettive, un minutino a pagina avrebbe portato via ai giurati 688 minuti, cioè 11 ore e passa. Undici ore solo per un libro. Dedicandone tre al giorno, una settimana se ne sarebbe andata solo per quello là. Si può contestare la fesseria degli editori: «Mandate un libro più agile, no? Dai, ne avrete, in catalogo, santo cielo... è logico che se spedite una putrella del genere manco ve la aprono», ma da quando la fiducia è una fesseria? Insomma, un paio d'anni fa, smutandando usi e abusi di loschi intermediari editoriali ed altri rapaci della filiera (http://www.kultural.eu/component/content/article/940-carta-straccia) dichiarammo di volerci astenere dal parlare di premi letterari, perché privi di certificati talebani: la speranza era di vedere un cambio di rotta, benché minimo. L'attesa è rimasta tale, e non siamo ancora vittime di miopia.