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Miserie e Delitti degli Uomini

Scritto da Filippo Lancietto.

Non vi è nulla di meglio che trovare rifugio in un libro, ed è facile adattare questa riflessione a ogni contesto.

La scelta è vasta, il richiamo ammaliante, e l’attenzione da dedicare agli amati volumi di carta, inchiostro e fantasia, non è mai troppa. Si legge per formarsi e informarsi, per placare gli animi e rinforzare le idee. Si legge prima di imprimere le parole su un foglio, poiché da una cosa deriva l’altra: la scrittura viene sull’onda del talento, della predisposizione. Ma è anche tecnica da affinare, è intenzione che passa per l’ascolto di sé stessi, e poi per l’urgenza di dire: non per imporre ma per conservare.
Leggere è avere un discorso silente da intrattenere coi personaggi di ogni epoca e dimensione possibili; è un accordo da stabilire col mondo che resta sospeso in sottofondo, poco oltre le pagine da sfogliare, oltre l’odore della carta e dentro un’atmosfera da creare a piacimento: vi sono storie da affidare ai giorni uggiosi, alla pioggia che picchietta sui vetri e al freddo che non è più quello che raccontavano i nonni, quando bisognava fare i conti col gelo e non si aveva mica il calore di adesso: il respiro sotto le coperte scaldava spesso la madre e il figlio che le si appiattiva contro, sul ventre e tra le braccia, per smettere i brividi e imparare i segni della tenerezza.

I ricordi sanno mescolarsi ai racconti cercati e vissuti fino all’ultimo punto, con la fretta dovuta alla curiosità, o la calma di chi decide di posticipare la fine, allungando le immagini capitate per la mente: i personaggi dei libri sono ottimi compagni di vita e riflessione. Insegnano senza sapere, poiché esistono-senza-esistere, nel modo che sa bene chi legge per davvero. Vi è un modo di scrivere che appartiene a Gianni Mattencini, che sorprende senza clamore, per la sola impronta data ai fatti che si sceglie di narrare. Ne L’Onore e il Silenzio, edito da Rizzoli, l’autore dissemina fatti ornati di pensieri e azioni che si penserebbero gravi, precipitosi, sporchi di compromessi. E invece non si sa mai dove cominci l’incaglio e dove l’assoluzione, fino a che non ci si trova prede delle stesse prede, con i carnefici che rifiutano la loro parte di colpa, restituendo alle accuse una giustificazione senza peso.
Mattencini racconta la storia di un uomo che attraversa l’intero romanzo: pur essendo morto è vivo nelle ricostruzioni, negli affetti e nelle ossessioni di chi evoca il suo passaggio sulla Terra. Qualcuno lo uccide, con un taglio quasi recide la testa dal resto del corpo e poi lo priva dei genitali, nutrendo il movente del sesso che reca un’offesa, quando usato senza rispetto delle condizioni altrui: sesso per sfogo, desiderio e rivincita, che non tiene conto dei legami stabiliti per fede o per scelta, e ne crea di nuovi, anzi, tra sotterfugi e inganni.

La vita tranquilla a Borgodivalle, viene sconvolta in nome del progresso. Si pensa alla costruzione di un ponte che si riveli in grado di contrastare la scomodità delle strade sterrate e degli spazi sfruttati male. E per l’ennesima volta non conta deturpare con braccia di ferro, la natura del luogo: il bosco circostante non chiede di essere imbrigliato e così il fiume, che prima dell’idea messa in atto per la ferrovia, correva libero e sciolto.
Le vicende si intrecciano coi personaggi, che si stagliano su un fondo umido: la pioggia cade su di loro, che sono feriti, orgogliosi, perennemente in fuga, fiduciosi e stanchi. Nessuno prevale, in particolare: sono forti in modo uguale, persino nella sconfitta.
I lavori per il ponte cominciano e promettono di seguire tempi lunghi, faticosi e placidi al contempo. Ma l’omicidio dell’ingegnere Alessi sconvolge i piani. È allora che subentrano le forze di polizia, e non si fatica a scoprire che queste ultime sono vittime a loro volta: girano in tondo, indagano, reprimono sensazioni che non ritengono appropriate al momento: hanno fame come tutti, e come tutti sono stati figli ora dispersi in un mondo che, seppure fatto di piccole realtà, sembra inglobarli, divorarli con lentezza.

La caccia all’omicida segue molte piste. Non tutte si rivelano valide, ma ognuna porta a un incontro e a uno scontro tra esseri umani, dove nessuno vince mai davvero. La bellezza sta in ciò che viene celato, bisbigliato. Nell’istinto che avvicina l’uomo all’animale, e nello sguardo che sottrae verità alla parola, e si fa vivo, compromettente, al punto di non potere essere ammesso.
La sconfitta è nel corpo, quando la morte si appropria dei residui di vita. È del corpo anche la disperazione, e i significati che sull’onda dei gesti arrivano ben oltre il semplice dire: vi è un freddo che è degli estranei e contrasta apertamente con la calura delle origini, che sono porto sicuro e difesa posta a oltranza.
E poi vi è la calura è delle voglie, quando si insinuano nei discorsi seri, nei momenti che promettono una svolta e non ammettono distrazioni.
A un certo punto, Mattencini scrive: «Ripensava al colloquio con Concia, fra un’asperità e l’altra, e quasi la vedeva. Ma non come s’era mostrata. Se la immaginava come l’ingegnere l’aveva vista l’ultima sera. Una donna di poco più di vent’anni nuda, soda, la carne bianca, le spalle larghe e il petto florido, i fianchi tondi e il ventre pingue, l’ombelico profondo, un ciuffo di peli rossi al pube, le cosce piene e le gambe tornite fino alle caviglie. Gli occhi del colore delle more nere di sole, le labbra carnose, i capelli folti. Era così che l’aveva avuta l’Alessi, aveva poco da negare, Concia Lafiasca. L’ingegnere ne avrà aspirato l’odore perdendosi in un misto di rosmarino e di sentore caprigno. Buon per lui, visto quello che gli era successo».

Concia è una donna enigmatica. È una donna che ama, riamata, l’ingegnere Alessi; e non soltanto lui. Ma è quasi sempre un amore carnale, quello che viene descritto. È quasi sempre un pretesto per mettere a riposo i sensi, per ingannare il tempo e la miseria umana. E se è vero che si dovrebbe perdere la vita solo dopo aver vissuto tanto (e anche allora, la sola idea si rivela un castigo), è altrettanto vero che chi ha le mani imbrattate di sangue non può dirsi che a un passo dalla morte, almeno metaforica, per via della colpa, del rimorso, e del sottile piacere avuto da un gesto che chiunque avrebbe modo e ragione di condannare: in primis il brigadiere Maisano, che si rivela una figura accattivante e indispensabile nel racconto, vittima a sua volta di un mistero che non riesce a sciogliere fino in fondo.
I ritmi sono lenti e avvincenti al contempo, e in alcuni punti le espressioni usate sanno farsi vellutate, nonostante i temi trattati e le atmosfere a tinte fosche.
Gianni Mattencini ha l’abilità di mantenere alto il dubbio e la tensione addentrandosi nei ritmi di lavoro di un gruppo che pare affiatato, equilibrato: nelle età e nelle diversità di carattere, ogni cosa trova il giusto posto; anche il mistero e la sorpresa, vengono consegnate ai momenti giusti, nel dipanarsi di una trama che non si fa banale, e che avvicina chi legge al contenuto scelto, senza privarlo di considerazioni che non necessariamente lo guideranno verso un punto ancorato e stabile: alla fine, si sa, l’essere umano possiede la certezza dell’incerto. Ed è quando sa farne un’arte, che questa sfiora l’illusione.