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Testimoni della Pietà

Scritto da Silvia Sbaffoni.

«Mi sembra che ci siamo detti con Primo Levi che da Auschwitz non si esce mai».

Oggi mi sono imbattuta per caso in un’intervista al Liliana Segre; per i pochi che non la conoscono è una senatrice a vita, sopravvissuta alla Shoah. Deportata a tredici anni e orfana di madre, ha vissuto per due anni da sola in quell’inferno.
L’intervista risale a quando, ospite a Quante storie, programma di Rai 3, per rispondere alla domanda: «Che vuol dire ho pietà per te?», ha raccontato un episodio di insolita gentilezza accaduto quando era detenuta nel campo di Auschwitz. Un’infezione a una ascella le aveva provocato un ascesso, l’infermiera l’aveva inciso tagliando direttamente con le forbici dicendole: «Non svenire, perché altrimenti non so che fine fai». Lei non svenne, però tornò alla sua baracca dolorante, triste e più sola che mai. Una ragazzina che nemmeno conosceva vedendola in quello stato, tirò fuori da un sacchettino, logoro e sporco, una fettina sottile di carota cruda, le si avvicinò e glielo regalò, in silenzio, senza chiedere alcunché in cambio.
La Segre dice, con un filo di voce, che quella era la prima volta dopo tanto tempo che pronunciava la parola «grazie»; e con quel ricordo spiega cosa voglia dire per lei «Ho pietà per te». Ed è curioso come la pietà, che spesso disdegniamo, che accostiamo alla pena e che oggi vediamo come un’accezione negativa: fare pena, fare pietà, per lei è uno dei pochi ricordi belli legati a uno spaccato tanto brutto.

La Shoah è un periodo di crudeltà inaudita, ed ogni volta che ne sento parlare mi si stringe il cuore.
La senatrice ha davvero un singolare modo di parlare, calmo, gentile, perfino nel raccontare la crudeltà dello scempio consumatosi in quegli anni. Quando parla del momento in cui mette in bocca il pezzettino di carota sentendone il sapore, riesce a trasmettere le sensazioni che prova, pur non descrivendole direttamente. Chi la ascolta riesce a sentire quel suo sollievo e il barlume di una piccola speranza ritrovata, anche se non è lei stessa a parlarne; lo da ad intendere con il tono della voce, con le parole scandite e con gli occhi che sembrano vedere quella scena proprio come se si stesse svolgendo in quel momento davanti a lei.
Ricordo che quando andavo a scuola diverse volte si è parlato dell’Olocausto: alle medie, alle superiori, ma mai, nei film, nei racconti dei libri, le parole mi hanno toccato come sentirne parlare da chi l’Olocausto l’ha vissuto e l’ha tatuato sulla propria pelle con numero di matricola. È stato uno dei periodi di bassezza umana più grandi, fatto di soprusi ed omertà, coraggio e codardia che andavano a braccetto, e sangue; e dovrebbe insegnarci che l’odio è mostruoso, deforma e distorce la percezione della realtà, ma più semplicemente è brutto; dovrebbe insegnarci che solo la compassione e l’amore per il prossimo sono fondamentali per la sopravvivenza dell’umanità.

In un mondo fatto di bullismo, cyberbullismo, giochi estremi, morboso rapporto con l’aspetto esteriore e ossessione per i “like”, mi piacerebbe che i giovani di oggi potessero ascoltare il testimonianze come quella della Segrè, direttamente dalle voci di chi ha vissuto questi orrori in prima persona, finché siamo ancora in tempo. Ed è curioso come una qualunque trentenne come me, non riesce a ricordare gran che della propria adolescenza, se non spezzoni di ricordi, non particolari comunque, mentre chi ha sofferto riesce a ricordare perfino il suono del battito del proprio cuore, o di un respiro.
Con il passare del tempo le testimonianze non saranno più autentiche come lo sono quando vengono raccontate in prima persona.
Quando vidi per la prima volta il film The Schindler’s List frequentavo le medie, avevo undici o dodici anni.

Lo proiettarono a scuola, in due giornate; non ci fu una particolare preparazione alla visione del film, o almeno io non la recepii. Fatto sta che il tutto non suscitò in me sdegno o rammarico per ciò che l’umanità aveva fatto, ma semplicemente perché non lo avevo capito.

Oggi ho perso il conto delle volte che ho rivisto quel film; ricordo bene, però, la morsa allo stomaco e le lacrime che non riesco a trattenere, ogni volta che lo vedo. Sono più grande, è vero, più matura forse, ma sono convinta che se negli anni delle scuole si sensibilizzassero di più le giovani menti degli studenti verso episodi come questo, anche e soprattutto con testimonianze dirette nelle scuole, con convegni, seminari o dibattiti, episodi che hanno segnato l’umanità in negativo come la Shoah, non saranno più solo cenni storici propinati dal prof. di storia, ma potranno diventare monito, esempio da non ripetere e insegneranno che la gentilezza e la compassione premiano più di qualsiasi vittoria nella vita.
E forse in un mondo dove mors tua vita mea riusciremo a trovare spazio per l’altruismo la sensibilità, carenti oggi più che mai.