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Feuilleton di un Prete Socialista (Parte II)

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

L’escamotage dell’amore tra il nobile e il povero è uno dei più abusati.

Eppure la fantasia attinge alla realtà, o non potrebbe prendere forma. Abbiamo esempi in grande e in piccolo, non è certo la quantità che manca. Ci sono documenti storici che attestano gli eventi e il mercato dei romanzi e del cinema ci hanno costruito sopra un impero. Avventure del genere hanno avuto luogo in tutte le epoche, e il dato interessante è che più la disparità di ceto era forte, più il lieto fine era plausibile. Vanno esclusi i casi in cui il nobile sceglieva a mo’ di preda una piccola donna del popolo, a cui toccava un destino ingrato. Altra musica se l’attrazione era reciproca.
Ne riporta un episodio un’altra delle cronache di Don Maffi, mai avaro di notizie e diari. Il luogo è ancora Corteolona, il frangente è una sera in cui il prete, ormai divenuto cardinale, cavaliere di Gran Croce e vari titoli che ne avevano placato gli ardori socialisti senza però allontanarlo dal suo popolo, aveva gli occhi al cielo non per la preghiera, ma perché rapito dallo spettacolo del tramonto. Si spegneva, tra le frasche, il canto degli uccelli.

Nel cortile di fronte i contadini lavavano gli attrezzi, dalla finestra si vedevano i campi e i cascinali bassi tra le onde gialle del riso e le pievi lontane, come in un quadro di Turner. Davanti alle aie a conchiglia un simbolo pagano, nero come le camicie dei fascisti a cui il Maffi aveva interdetto l’ingresso in chiesa. L’agiatezza era di pochi, la ricchezza anche meno; nei lunghi inverni si accendeva la stufa a legna e la gente più povera si riuniva nelle stalle dei fittabili, o dei pellandoni, dove non mancava chi narrava storie per ore, e le donne intente a filare smettevano incantate, e i ragazzi ascoltavano a bocca aperta. Il regime non entrava in quei luoghi dove il tanfo era acre, ma il Maffi ci stava a meraviglia e appena poteva si univa ai menestrelli, affascinato com’era da quel piccolo mondo antico. Gli parlava di un passato al quale sentiva ormai di appartenere, e quella sera dalle tinte infuocate gli parve adatta a rievocare un amore da romanzo.  
Tra gli Estensi, signori feudali del vicariato della bassa pavese, c’era un personaggio famoso per le inclinazioni spiritose, quello che oggi si direbbe un buontempone. Il fatto che fosse di un casato più che nobile non ne intaccava il prestigio, tutt’altro. Il marchese Gabriele d’Este, signore di Corteolona e di Borgomanero, figlio di Carlo Filiberto e nipote di Ercole, feudatario del duca Carlo Sforza di Milano, era un uomo dal prestigio indiscutibile, gentile e di gran cuore con tutti.

All’alba di un pallido trentuno gennaio del 1714 fece chiamare con urgenza il prevosto Lorini a benedire una malata, che languiva nei pressi della chiesa parrocchiale. Il parroco prese con sé le solite carabattole, intinse l’aspersorio nell’acqua santa, quindi uscì trafelato, con la tonaca che sbatteva le ali nere mosse dalla brezza del mattino. Entrando, però, nella stanza dove gli era stato detto ci fosse la degente, trovò il marchese con due testimoni e pochi altri convitati. Di fronte a loro una ragazza che conosceva, alla quale il nobile, tutt’altro che in apprensione, chiese al prete di unirlo in matrimonio.
Don Lorini li guardò bene, posò l’aspersorio sul piano di abete di un comò, poi puntò l’indice come a dire
banditi che siete, farmi correre con l’inganno per una cosa del genere! Sapeva infatti che Colomba Cobianchi era figlia di due popolani di umili origini, e l’unione avrebbe potuto scontentare il casato di lui e dare delle rogne a chi l’aveva sancita. In prima istanza perché era stato colto di sorpresa, e in maniera spiccia aveva benedetto un connubio nel quale, stando al Concilio, ubi lex non distinguit, neque nos distinguere debemus; in seconda fase perché la formula era buona per chi trovava ostacoli o rifiuti nella via ordinaria, e a quei due nessuno aveva mosso rimostranze. I parroci tentavano con cura di evitare quelle situazioni, pure se ogni tanto ci finivano in mezzo, ma al Lorini il patema passò alla svelta pensando ai guai generati dalle titubanze di un certo don Abbondio.

Del resto, il marchese d’Este e la sua colombella avevano più di un valido motivo per la piazzata. Anzitutto le ciarle e la scandalosa meraviglia dei corteolonesi, i quali ne avrebbero dette di tutti i colori. E le parole non hanno argini, sono aria carica di vicende e di emozioni che trapassa anche i muri, e i muri sovente sono dentro di noi. Se quel berciare di paese fosse arrivato nei palazzi ducali, a Milano o ancora più su, il sentimento di Gabriele d’Este, del tutto sincero, ne sarebbe uscito male. E anche lui: che gli era preso di invaghirsi di una stracciona, con tutte le fanciulle deliziose che a turno gli facevano visita? Così, mentre il prete annotava sul
Liber Desponsatorum l’evento, fissato con un timbro in ceralacca rossa e lo stemma degli Estensi, e informava il vescovo Agostino Cusani dell’atto, il segreto più assoluto coprì le nozze.
Tutti ritennero che Colomba Cobianchi fosse la moglie del “sciur” Gerolamo Fontana, maggiordomo del marchese, e le figlie della donna, Orsola Vittoria e Teresa, ebbero lo stesso cognome. La cosa andò avanti fino al 1734, quando Gabriele d’Este cadde in battaglia contro i francesi, a Parma. Fu allora che la signora Colomba Fontana si decise a rivendicare i suoi diritti, in virtù della sorpresa di vent’anni prima. I soliti increduli andarono a consultare i registri di don Lorini, ne fecero una copia, e la popolana di Corteolona divenne principessa e marchesa di Borgomanero.
Il cardinale di Novara riconobbe la legittimità delle figlie, le iscrisse nei registri parrocchiali; la madre fu generosa con la sua gente, non volle mai essere chiamata padrona, e nessuno fece chiacchiere su un’unione rimasta salda contro le prove del tempo e del silenzio.

* Unica nota spiacevole: il palazzo di Corteolona, che il marchese andava costruendo, non fu terminato, e dalla morte di Colomba Cobianchi, avvenuta il 2 gennaio 1758, nessuno più si fece carico del compito.