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Feuilleton di un Prete Socialista (Parte I)

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

La letteratura nasce ovunque ci sia una vicenda umana da narrare.

Eppure, la natura da sola basterebbe ad essere il kolossal perpetuo, perché si rinnova in fantasia e in varietà di trame, forme, eccezioni. L’uomo, poi, secondo i poeti, ci mette la tragedia. Nei rapporti con gli altri, in amore come in guerra, impiega troppo a capire che l’eroismo non ha niente a che vedere con lo stare male, e il primo dovere di chi lotta è non lasciarci la pelle, pur tenendo presente che la fuga è poco nobile. C’è chi è riuscito a lottare scrivendo, o a dare la forza di farlo ad altri con la penna, con il potere delle parole. Ricordo, durante una degenza in ospedale, una signora che non apriva bocca: sapeva che non sarebbe più uscita dalla porta del reparto, ma non perdeva occasione per fare una breve passeggiata nei corridoi. Aveva i capelli colore del fieno, lo sguardo che inseguiva chissà quali ricordi e labbra rosse d’un sorriso che non le avrebbe più abitate, se Il paese delle rane della Fo non le fosse caduto sul lettino. Ci era finita dentro, trovando gli usi e le figure di un mondo che le era caro e portava nel cuore, e s’era messa a parlare con una voce sottile ma calda, sicura. A ritroso negli anni, dai genitori ai trisavoli, mi aveva portato per mano fino agli inizi del secolo scorso, di cui conservava un ritaglio di giornale. Volle mostrarlo e disse che la firma, in basso, Pietro Maffi, era quella di uno zio. Un lontano zio con la tonaca e la passione per le parole, che sono il laboratorio di dio. Andai a cercarle per non perdere il vizio che porto addosso tuttora. 

Scoprii che nel lontano 1891, a Pavia, nasceva un giornale diocesano chiamato Il Ticino, di cui don Pietro Maffi era uno dei principali animatori. Il religioso, nel collaborare con articoli e rubriche di novità, metteva un tale fervore che molti pensavano la sua vera vocazione fosse il giornalista. In realtà, il prelato aveva interessi in tutti i campi della cultura tanto da essere definito, dopo la nomina di Pio X nel 1907, il cardinale scienziato.
Nato nel paese di Corteolona, al borgo dedicò mille cure e soprattutto pagine, perché aveva la passione della scrittura, e non solo fondò la “Rivista di Fisica, Matematica e Scienze Naturali” occupandosi di astronomia e di meteorologia, ma organizzò la Biblioteca Maffi ricca di incunaboli e volumi rarissimi, e dedicò alla sua cittadina un romanzo a puntate. Al tempo, ogni giornale aveva la sua appendice, in cui inserire una storia per tenere viva la curiosità dei lettori e favorire l’attesa del numero seguente. Il Ticino, che arrivava in edicola tre giorni a settimana, era atteso dai ragazzi proprio per quei pezzi firmati dal prete, che aveva uno stile inconfondibile. Ci sapeva fare; per giunta, parlava del basso padano e dei suoi languori. Il racconto a puntate dal titolo
Fiore che muore ebbe un largo riscontro, e fu seguito a breve distanza da Sparvieri. La trama del primo, stampato poi come Fior reciso dall’editore Fassicomo di Genova, aveva al centro una giovane, promessa sposa per convenienza a un uomo brutale, la cui sofferenza era tanto più acuta perché educata in uno di quei collegi per fanciulle senza alcuna profondità di princìpi. Un poco di italiano, un po’ di francese e di inglese, una sonata di piano, un’infarinata religiosa, e il sospetto che il Maffi avesse una “pericolosa” base socialista, contribuirono a fare un qualche rumore, anche perché la protagonista, Aquilina, decisamente non un’aquila, era di origine corteolonese, come i personaggi della novella. Una novella in cui più ci si allontanava dalla cultura più cresceva la sofferenza, tanto per essere attuali.

Nella seconda prova,
Sparvieri, gli uccelli di rapina sono il cassiere, il suo aiutante, e l’assassino che fa fuori i coniugi beccai. La colomba, la giovane Clotilde, sfugge ai loro artigli e trova rifugio a Ballino. Ballino è un paesucolo che ha il campanile con la cima a pera, uguale a quello di Corteolona. Ma è anche il diminutivo dialettale di piccola frottola, burla, e le fesserie che mette in scena il dottor Fasolari del romanzo furono ispirate al Maffi da un chierico di Corteolona, noto in tutto il seminario per le battute salaci, da far tremare i vetri dal ridere: un certo Lino Sacchi. Il canonico l’aveva preso a modello, e l’aveva inserito tra i primattori di una commedia manzoniana. L’opera, infatti, è tutta Ottocento: dal dono di un manoscritto del padre alle stranezze del Fasolari, che ricordano quelle del poeta dell’Osteria della Luna Piena.
Come in ogni romanzo ben riuscito, a ogni rilettura i corteolonesi troveranno elementi familiari e sempre nuovi, perché più si rivede o si riascolta un’opera d’arte, più vi si ritorna. Don Maffi, poi vescovo e cardinale, ritenuto “papabile” nel ’14 e nel ’22, promotore della prima cattedra di Sociologia in un seminario, presidente della Specola Vaticana, e animatore instancabile della ricerca scientifica a cui sovente la Chiesa si opponeva in maniera ottusa, appena poteva rientrava nel borgo natale dai suoi cari, e occupava una cameretta al piano rialzato, la stessa dove era stato bambino.
In quei soggiorni tanto attesi leggeva, studiava, parlava di Lettere e di Scienze con gli studiosi e gli amici, e la sua porta non era chiusa mai. Quando passeggiava tra corti e cascine o rientrava a Roma, o a Pisa nel suo duomo, portava con sé il pastorale che i paesani gli avevano regalato, perché appoggiandosi a quel bastone sentiva di appoggiarsi al loro affetto.

1. Corteolona, released by Remo Faggi, 1980.
2. Taken from Storia di Corteolona, by Faustino Gianani, 1982.