Stampa
PDF

Il Lancio della Bufala

Scritto da Massimo Rovati.

Forse la letteratura italiana ha avuto troppi vati, e l’eccesso non sempre giova.

Il pericolo è arroccarsi attorno ai celeberrimi escludendo tutti gli altri, le nuove correnti, le voci più curiose, alternative, che sanno aggiungere qualcosa a un discorso di polpa viva. Di contro, c’è un altro tipo di pericolo: il bisogno di trovarne anche quando e dove non ce n’è. O quando e dove ce n’è di bravi, ma non del tutto maturi, pronti, forgiati. Ci sono due modi per sopperire alla carenza. Il primo è la fama, e il secondo è la mafia. Non vale solo per i poeti, ma per qualunque forma espressiva che possa avere un riscontro in parole: blog, fiaba, narrativa, quindi poesia. Ci sono blog bellissimi che hanno due lettori al giorno, e blog intasati di fuffa che hanno migliaia di followers. È un calcolo: quel tizio è seguito, allora me lo faccio amico, così appena apro io un blog, o produco una cosa che rassomigli a un tweet, a un articolo o un racconto, zac, ecco ricambiato il favore. A cascata, mi guadagno tanti like. Il metodo paga, e per uno spazio di qualità che non si arrende alla legge del mucchio, ce ne sono dieci che si tuffano allegri nel fango. Fino a che il fango non diventa buono, appetibile, perché è alla portata di tutti e si produce solo quello, perciò plasma il gusto, relegando la polpa viva di un tempo ai margini, bollata come ardita o pesante. Se poi sei bravo a dir bene di tutti, e riesci a far vedere la luce che non c’è pure nelle opere mediocri, è sicuro che la truppa dei tifosi ti carica di lodi, e oddio ti adoro, ti amo, ti cuoro. È il segnale: il bacino di utenza si allarga a dismisura, diventi un’icona che fa stile, fa tendenza, fa opinione, anche se è tutto strumentale. Chi sogna la tua fama ti sta appresso, al pari di chi ha sete di visibilità, e c’è pure chi paga. Ti chiamano i giornali e le riviste perché porti pubblico, e in tempi di crisi qualche copia venduta in più non fa schifo; ti cerca la tivù, dove l’audience è vetrina e sinonimo di soldi, soldi per entrambe le parti. Entrare nelle grazie della critica è un attimo: anche la critica ha bisogno di un pubblico, e più la platea è vasta, meglio è. Mutualità del favore che non bada alla bontà dei contenuti, ma a come questi sono proposti. Tizio dice che il libro di mister X è una figata? Deve essere mio. Subito. Tizio dice male del disco di mister Y? Mo’ lo ascolto, così ho un termine di paragone. Entrambi fanno un buon incasso.

Chi non vende, cioè non ha termini di confronto, è colui di cui non si parla. La mafia è famosa in quanto esiste: le forze dell’ordine, la stampa, la gente, le vittime ne parlano; lo Stato l’ha negata per anni e c’è chi lo fa ancora adesso, solo che invece di lottare per sconfiggerla vi scende a patti, le compra voti ed offre appalti, ci intrallazza a meraviglia. E la mafia va dove c’è il denaro, anche nel mondo degli artisti. L’autore pieno di soldi, che unge le giunture a dovere, ottiene elogi e riscontri preziosi, una bella serie di inni al proprio estro, e di certo non si rivolge ai critici indipendenti, a chi è fuori dal giro dei cari parenti che dicono bene – o male, ma sempre a scopo pubblicitario... – dei boss e dei loro apostoli. Il libero pensatore non muove le masse, e per quanto competente è seduto sugli scranni dell’opposizione mentre la maggioranza detta i codici, le regole, e banchetta col vitello grasso. E l’opposizione, intesa com’è intesa oggi, è silenziosa.
Chi ha bisogno della fama fugge il silenzio, non sa che farsene della dignità. Un artista che vuole mangiare sulla sua arte, supposto che ne abbia una, deve entrare nella corrente della maggioranza, abbassando il livello di qualità in onore alla democrazia. E prima di proseguire con la lettura ascoltate il signor G, per favore. Solo pochi minuti, peraltro istruttivi. 



La potenza della mafia letteraria è gigantesca, perché attinge al serbatoio della democrazia. C’è il big bad opinion maker che con una frase, un parere, dà i consigli per gli acquisti, e se pure avesse ragione su uno o due artisti, sarebbe pronto a fare lo spot per altri dieci campioni di lancio della bufala. Se i Moresco, i Busi, i Lodoli, i Montanari sono emersi in un periodo in cui la critica era ancora al servizio della qualità, e per fortuna sono tra noi in carne, capitoli e idee, non si può dire altrettanto delle nuove leve. È cambiato il linguaggio, dicono, lanciando la bufala più lontano di tutti. Un primato difficile da battere. Perché l’idioma è sempre quello, e non c’è un linguaggio per narrare le storie, se non quello che più si adatta ad esse e alla voce del narratore. Insomma, altro che la lingua: è cambiata la
cupola che decide chi promuovere.

Nella poesia, genere da sempre di nicchia, si è rifugiata una generazione incapace di scrivere in prosa. La poesia è un esercizio da maneggiare con cura che andrebbe riservato a pochi. Sul diario privato si può sbrodolare finché si vuole, ed è pure un bene che ciò avvenga; sui libri, invece, sarebbe opportuno dare spazio a chi mastica l’ispirazione senza sputarla con raschi e risucchi sgradevoli. Va bene che di Mearini ne nasce una a generazione, e la democrazia di cui sopra sancisce la libertà di ammirare i profeti del mieloso cuore/amore fino al coma diabetico, però dalla collana bianca di Einaudi mi aspetto una tutela rigorosa della qualità. Nel 2017, il colosso torinese mette in circolo un libricino di 80 pagine, indice incluso, per il quale spendo volentieri un deca. Il responsabile del magazine, uomo mai incline a farsi inglobare in tutte le compagini di lanciatori olimpici della bufala, scrive «ho tra le mani un poeta che dicono legato alla tradizione colloquiale di Sereni e Raboni. Ora, a parte che Sereni sta a Raboni come il vino sta al Paraflu, il tema della “comunità tra morti e viventi” è un escamotage infantile, un tritume indegno di qualunque recensione. Il vate, pure se in formato bonsai, non è male, ma ci andrei piano con le trombonate» e rifletto, perplesso, al libello che ho appena preso. Lo soppeso, l’annuso, leggo e rileggo ogni lirica sei volte. Trovo tracce di bellezza tra momenti di orrore. Nelle nove righe de
La strada per la comprensione c’è la sintesi del discorso: 

Tutta la nostra vita non è al riparo, (una bella frase fatta per cominciare) 
i desideri hanno la punta dei piedi congelata, (un’altra, perché repetita iuvant) 
ogni strada ha una minima percentuale d’incidente, (ma va?) 
le persone nascondono altre persone, (aredaje) 
un cono d’ombra precipita in un punto, (anvedi la scoperta...) 
una sconfitta non è una perdita di tempo, (e ci mancherebbe pure!) 
ogni amore ha una regola da cattivo tenente, (spesso anche più d’una) 
il male ha una riva per precipitare in un fosso, (idem come sopra) 
chi vive abbastanza rimane per sempre. (Fabio Volo dixit) 

Un elenco imbarazzante. I componimenti si alternano tra buone cose e scivoloni rovinosi. Nelle membra della raccolta qua c’è un gorilla, là una scimmia, un orango, King Kong, un pezzo d’Ikea, e le notizie della specie si fanno un po’ noiose, che in fondo «l’invisibilità è solo nei sogni» per citare l’autore. Che nel piatto ci rovescia di tutto, e mi consola vi siano ingredienti come Tribù, o Non lasciate i figli a casa, forse il canto più intenso e lancinante, ed altre aperture di puro splendore capaci di azzittire la diarrea nonsense di Un tranquillo week end, dove ci fa ascoltare «una felce terrestre parlarci d’insondabili strade maestre» purché strafatti di metadone e tra gli anelli di Saturno col capitano Kirk. Tra una Manhattan in cui tornano i quadrumani ma senza molestia, anzi, con un tocco di ironia indovinata, e non so quanto voluta, si precipita in violenze ingiustificabili su Edgar Morin e dialoghi lisergici sul Super-Sapiens, roba da strappare le pagine a morsi da una rabbia mitigata però da Strade, che da sola nobilita le parti IV, V e VI della silloge.

Mi dico che ci sta, non si può essere tutti Consonni, evviva la pluralità, e di certo l’autore non ha alle spalle una frangia della mafia letteraria che spinge, o ce lo troveremmo a fare corsi di coaching e spiritualità poetica per arricchire l’animo degli allievi e il conto in banca del docente, e magari a vendere centinaia di migliaia di copie, con stuoli di adoratori a spaglio per il mondo ed opzioni per film, interviste di lusso e salottini, salottoni, ospitate, groupies e lacchè. Invece lui, l’autore, fa un mestiere di cura, di grazia, d’attenzione suprema che apparecchia per molti e non trascura nessuno. E se la sua poesia ci sta, ci vuole, resto convinto non sia da collana bianca Einaudi.
Niente rimpianti (o tentativi di suicidio come se avessi acquistato un disco di Emma Marrone, il cui colore esclude da sé ogni parentela con la poesia), tutt’altro: il libello avrà un posto nella fila che ho dedicato ai suoi “fratelli” per contenuto, nella libreria di casa, ma la nostalgia di quando i gruppi letterari erano severi, magari chiusi, ma almeno competenti, e parecchio, me la voglio concedere. Torno a sfogliare Fortini.